Recensioni

“Alecia, tesoro, ti presento il mio amico Dallas“. La immaginiamo più o meno così, la scena: Carey Hart, pilota motociclistico, fa conoscere Dallas Green – cantautore trentaquattrenne canadese che oggi incide come City and Colour e che a molti è noto per essere stato nella line-up della band post-hardcore Alexisonfire – a sua moglie Alecia Moore. Ovvero colei che noi tutti abbiamo conosciuto come P!nk grazie a successi come Get The Party Started, Don’t Let Me Get Me e, più di recente, Try: personaggio colorato, grintoso ed esuberante, dieci anni fa era la “bambina cattiva” emersa dopo Britney e Christina (con la quale collaborò in occasione della cover di Lady Marmalade incisa per il film Moulin Rouge) con una voce R&B messa al servizio di un pop/rock con cui ha spesso e volentieri scalato le classifiche di vendita. Cosa possono fare insieme, due artisti apparentemente tanto diversi? Un sobrio e grazioso disco folk-pop, prevalentemente acustico, scritto e registrato in una settimana.
Che cos’è, uno scherzo? Niente affatto. Rose Ave. è il frutto di alcune instant sessions dell’insolito duo: tutto è partito da una sola canzone, qualcosa di estemporaneo che potesse essere cantato senza orpelli, davanti a pochi amici e ai propri familiari, magari con un buon calice di vino per accompagnare il tutto. Poi ne sono nate altre, che insieme a una fascinosa cover di Sade Adu (di cui Dallas ricorda di aver ascoltato molti dischi, tra un classico degli Alice in Chains e un lavoro dei Soundgarden) compongono un disco breve, asciutto di due amici che si sono spogliati dei propri nomi d’arte più o meno ingombranti e sono partiti con una nuova avventura. La RCA ha iniziato a parlarne solo un mese prima dell’uscita, con tre canzoni che nel giro di poche settimane sono state messe a disposizione di fan e curiosi su VEVO. Tre brani uno diverso dall’altro, in un lavoro che per contro risulta straordinariamente compatto: You And Me conquista con due voci che armonizzano e si fondono sostenendosi e dandosi forza – calda e pastosa quella di Green, possente e a tratti roca quella della Moore – in un tappeto sonoro con lontane reminiscenze che vanno dal Boss di I’m on Fire al Jimmy Webb della splendida The Highwayman, Break The Cycle cattura l’attenzione grazie all’intervento degli archi che scippano loro la scena e Capsized grazie al suo scarno blues cinematografico, con Dallas che spiana la strada a un’Alecia vicina alle atmosfere di Fourth Corner di Trixie Whitley. I due sono complici, si completano e tirano fuori il meglio l’uno dell’altra nelle performance: il materiale è forse poco radio-friendly e le melodie rivelano un fascino discreto dopo ascolti pazienti, ma non c’è una sola vera caduta di stile in trentasette minuti di ascolto.
I testi sono principalmente malinconici, intrisi di riflessioni sulla vita con le sue “montagne russe”, gli alti e i bassi, gli amori dal fuoco ancora acceso e quelli che sono andati male (ma tutto brucia meno, se ci troviamo a cantarne davanti al fuoco di un camino). Non sono colti o particolarmente elaborati, ma parlano a tutti e dicono molto soprattutto a chi, come i due cantanti, ha superato la soglia dei trent’anni e si ritrova inevitabilmente a fare dei grandi e piccoli bilanci. Diventare genitori e passare dall’altra parte dello steccato ci porta a ripensare ai rapporti con le nostre famiglie di provenienza (Open Door), all’amore e alle “guerre” condotte sognando di emanciparci da loro: col senno di poi speriamo con sollievo che la porta sia ancora aperta e arriviamo a riconoscere che, in fondo, “ci hanno insegnato come essere giusti in un mondo sbagliato”. E anche che oggi parliamo con loro troppo poco. Stucchevole? Nelle mani sbagliate materiale del genere lo sarebbe stato, qui le emozioni sono tenute abilmente a bada. A volte, forse, persino troppo. Altri due brani piuttosto riusciti della raccolta sono Second Guess (lui inizia una frase, lei la completa e solo dopo un po’ le voci giocano insieme) e lo spigoloso Love Gone Wrong, e buona si rivela l’idea di reinterpretare, reinventandola, No Ordinary Love (selezionata da Love Deluxe di Sade).
Le tinte sono tenui, accennate e le luci soffuse, in questo Rose Ave. che si candida ad essere uno dei dischi più insoliti del 2014. C’è più Green che Pink, ascoltandolo bene, ma questo è anche un segno di intelligenza di un’artista alla ricerca della credibilità che in fondo le spetta, che è cresciuta insieme ai suoi fan e che sente il bisogno di mettersi in discussione e assecondare nuovi stimoli. E non certo perché non sia più in grado di competere con le Miley Cyrus del caso – il suo The Truth About Love è stato disco d’oro e di platino in diversi Paesi, Italia compresa, quando altre sue colleghe anche più giovani di lei sono all’eterna ricerca di escamotage per tornare alla ribalta (sia esso un featuring col produttore dance più quotato del momento o un album swing con un veterano del genere). Per Dallas è stata un’occasione ghiotta per ottenere la visibilità che finora non aveva avuto, e visti i risultati bisogna dire che le carte sono state giocate piuttosto bene da tutti e due: ascoltare per credere. Chissà che non ci sia un seguito…
Amazon
