Recensioni

A sei anni dall’ultima apparizione discografica, tornano i Wovenhand, la ventennale creatura multiforme abitata da David Eugene Edwards in uno spazio-tempo rock dilatato e traspirante invocazioni, preghiere, maledizioni. Pensato e registrato attraverso incessanti scambi, il disco è stato scritto in collaborazione con Chuck French, chitarrista dei Planes Mistaken For Stars. Il dialogo tra French e Edwards è durato ben quattro anni fatti di scambi di scampoli di pezzi e registrazioni effettuate dai due nelle rispettive case di Denver.
Il risultato è un ennesimo, solido, disco che si muove su polverosi tracciati notturni illuminati dai generatori a benzina dello stoner (Acacia), ma anche dai fuochi dei nativi che abitano (è un luogo della mente) l’ovest statunitense (Duat Hawk, per dirne una). Sono le lande desertiche di un rock mistico-gotico che sa farsi anche folk crudo e sporco. C’è un elemento di contaminazione in più, rappresentato da sparuti inserti elettronici. Ora sono i pattern da drum machine (simulata?) su Dead Dead Beat, ora i paesaggi dronici nella title track, che conferiscono al lavoro molto delle allucinazioni di un Alan Vega – anche se la voce di Edwards qui è tutto fuorché languida, piuttosto quella di un Michael Gira messianico – e dell’affascinante mistero di Badalamenti.
La durata è concisa, poco più di mezz’ora one-shot. In mezzo a tramonti alla maniera dei Gun Club del compianto Jeffrey Lee Pierce (8 of 9), il rock’n’roll venato di inquietudini post-punk decisamente personali di Edwards si conferma ai consueti ottimi livelli.
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