Recensioni

Per quanto tempo una band può vivere della propria luce riflessa? E’ una domanda che sicuramente i Wolf Parade si saranno posti in maniera più o meno diretta. Sì, perché il momento del roboante debutto Apologies to the Queen Mary (2005) è stato ampiamente storicizzato, tanto che se si parla di indie una mente allenata corre ad album coevi come You Could Have It So Much Better dei Franz Ferdinand, Employment dei Kaiser Chiefs o The Black Room degli Editors.
Insomma un movimento che ha già sfornato i propri figli e nipoti. In Thin Mind tutto tende a un nostalgico quanto fuori tempo massimo ritorno alle origini: le buone vecchie chitarre a fare la voce grossa, il cantato alternato tra Krug e Boeckner (DeCaro ha definitivamente salutato la band), la durata relativamente breve dei pezzi. Tutto sembra scorrere liscio, tutto sembra funzionare ma al tempo stesso nulla suona autentico. Non il sound per nulla affamato e lontano dai momenti migliori. Non il concept che racconta in più punti della staticità dei giorni nostri («we’re under the glass again») ma che nasconde malamente le ormai divergenti personalità artistiche dei due membri.
Cos’è quindi Thin Mind? Un lievissimo passo in avanti rispetto a Cry Cry Cry (2017), ma soprattutto il maldestro epitaffio della band canadese.
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