Recensioni

Che l’ostinata e anfetaminica new wave del nuovo millennio si stia finalmente evolvendo?
L’ultimo fenomeno da ascrivere al revival di questi anni sono i canadesi Wolf Parade, un combo istintivo e coriaceo che attinge dalla vena harsh e folky dei migliori Violent Femmes per infarcirla dell’ugola istericamente NY ’78 del sempre di moda David Byrne. Non è tutto qui: per gli stessi motivi, sulla piazza potrebbe far loro da contraltare la new sensation from Brooklyn, i Clap Your Hands Say Yeah, anch’essi intenti ad innestare linfa vitale in un linguaggio che sembra essere diventato preponderante negli ultimi tempi (alla faccia degli intenti emulatori).
I Wolf Parade, che esordiscono su Sub Pop dopo un promettente Ep, vengono da Montreal, ma al piglio energico e teatralmente emozionale dei pluridecorati e pluriorchestrati compaesani Arcade Fire (il loro riferimento più ovvio) preferiscono un voluttuoso wave-pop, asciutto eppure sofisticato, rasposamente melodico eppur detonante.
Sorta di agresti pensatori della new wave cittadina, Dan Boeckner e soci ambiscono a una forma canzone mutuata dal folk ma appassionata e febbrile, basata su riff metronomici dove i giochi delle sovrapposizioni vedono, oltre alla strumentazione tipicamente rock, uno stuolo di piani, pianole, organi e organetti (a dare alla formula uno spiazzante svolazzo spacey c’è perfino un theremin). Se volete, dei Feelies sposati all’indie (dei ’90, nei dintorni dei Pixies), oppure dei Modern Lovers all’Irish pub nella più sincera, logorroica e romantica delle ubriacature.
Dall’iniziale You Are A Runner And I Am My Father’s Son, marziale e sgraziata, alla più vivace Grounds For Divorce, a farla da padrone sono delle concitate marcette, un espediente che culmina nei tempi più corposamente rock di Fancy Claps e in quelli decisamente anthemici (alla Arcade Fire, appunto) di I’ll Believe In Anything.
Del resto, come c’è il tempo per ballare (grazie anche ad alcuni degli accorgimenti di casa Franz Ferdinand) e urlare fuori dalla finestra (per merito dell’energia contagiosa del cantante), non mancano ballate come la cupa e pessimista Modern World (vicina a certi Violent Femmes), la strascicata e intossicata Same Ghost Every Night (come l’avrebbero gradita i Flaming Lips qualche anno fa) e la più classica e romantica di tutte, Dinner Bells (con quelle tastierine che fanno tanto Cure mid-’80). E se la carne al fuoco pare già sufficiente, sulle cadenze intermedie troviamo le inerpicate strategie pop di Shine A Light e This Heart’s On Fire , nonché quelle più trasandatamente goliardiche di Dear Sons And Daughters Of Hungry Ghosts (in cui Boeckner pare fare il verso a Paul Banks).
Nessun dubbio: Apologies To The Queen Mary è un fiume in piena spasmodico e sentimentale, con un grande, grandissimo, pregio: quello di trasformare la disperazione in gioia incontrollata. Pazienza se manca quel singolo che li farà ricordare al primo ascolto, il messaggio è comunque arrivato.
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