Recensioni

Quinto album (e, a parere pressoché unanime, il migliore) per i Warmduscher, sestetto post-punk britannico che festeggia il decennale della propria formazione con Too Cold To Hold, un disco che aggiorna la loro proposta pub-rock innodica innervandola di influenze afroamericane.
Il disco è prodotto dal bassista del gruppo Benjamin Romans-Hopcraft in collaborazione con Jamie Neville, già produttore di Kae Tempest e dei PVA. Una discontinuità (sebbene non dal punto di vista stilistico) con il loro lavoro precedente, At The Hotspot, prodotto da Joe Goddard e Al Doyle degli Hot Chip. La maggior parte dei pezzi ha radici nervose, da pub fine anni ’70 (viene in mente Ian Dury nello spoken word di Immaculate Deception) e dell’aggiornamento post-punk britannico early millennial. Sono canzoni dirette, numeri ormai consolidati del loro repertorio, che non aggiungono molto alla loro discografia.
Si segnala un atteggiamento observational delle liriche, una verve combattiva contro le supposte storture del contemporaneo. Si veda ad esempio Fashion Week, dove la polemica è contro il mondo degli influencer: le argomentazioni sono deboli, lo sguardo socio-economico è bloccato da un’ironia semplicistica («It’s full of money, filled with inspiration»), moralismo pigro («I worked seven days man, faked the accreditation») o peggio, di una posa (o posizionamento) anti- mirato a intercettare fette di mercato precise (working class o anti-fashion week, un approccio che ricorda i coetanei e conterranei Idles, già presi di mira da Lias Saoudi dei Fat White Family).
Gli episodi più significativi del disco ci paiono invece, quelli in cui la formazione abbandona il brontolio spoken word e integra suggestioni altre. È il caso della disco à la Neon Indian di Pure At The Heart, con Clams Baker Jr. a ricordare il Lou Reed di Sally Can’t Dance o Coney Island Baby (si veda anche l’ultima traccia del disco, Weeds In Your Garden che echeggia, nel suo andamento ’50s, il finale di Transformer Good Night Ladies) o anche Iggy Pop. O quando va in direzione afroamericana, in pezzi come Body Shock, dai numerosi layer percussivi (viene in mente I Zimbra dei Talking Heads) o Cleopatras, che risente delle attuali tendenze house africane – il 3-step – con ospite Coucou Chloe (e cowbell al seguito).
Un disco sospeso fra una proposta ormai classica (e, per chi scrive, trita musicalmente e vagamente insincera liricamente) e qualche apertura, tecnicamente impeccabile, esteticamente credibile, verso una musica ugualmente working class ma più esotica, con dispositivi formali differenti dal 4/4.
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