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E’ un graditissimo ritorno, quello dei lecchesi Vintage Violence, a circa tre anni di distanza dal bel Piccoli intrattenimenti musicaliSenza paura delle rovine è esattamente il disco che ti saresti aspettato da loro. Sì, perché la band guidata dal chitarrista e autore Rocco Arienti ha messo a segno il suo miglior lavoro: tredici tracce perfette ed abrasive solo apparentemente semplici, perché ritmi spezzati, refrain e arrangiamenti sono quanto di più complesso il gruppo abbia tirato fuori in più di un decennio di attività. Neanche trenta minuti di durata complessiva, eppure tantissima carne al fuoco, a cominciare dai testi cinici, incazzati, dissacranti, sboccati, ma anche ragionati come accade di rado. Per i Vintage Violence le canzoni sono un veicolo ideale per esprimere il proprio personale (e lucidissimo) punto di vista sul mondo. Si badi, non parliamo di impegno civile, ma di una visione globale dell’esistente che dovrebbe appartenere ad ogni artista. Una visione decadente, spietata, ma che non difetta quasi mai di ironia. Il che in soldoni si tramuta in un pregio assai raro: dire cose serie non prendendosi sul serio.

Niente proclami, dunque, ma ficcanti analisi sullo stato dell’esistente, il tutto imbastito su trame sonore tirate che non conoscono momenti d’esitazione o tregue di sorta. Un breviario rock poco mediato, debitore tanto all’underground italiano anni ’90 quanto al sound di molte band coeve. E’ facile tirare in ballo Il teatro degli orrori o Zen Circus, ma a ben vedere i Vintage Violence si discostano da qualunque modello: molto meno verbosi e decisamente più immediati della band di Capovilla e senza quell’attitudine da “scazzo buskers” tipica della band di Appino. Peraltro, il legame con questi ultimi, e con l’ipotetica “scena” in generale, è anche confermato dall’ospitata di Karim Qqru in Neopaganesimo e di un Enrico Gabrielli che presta il suo prezioso sax baritono ne I Funerali. Accanto a ospiti per così dire usuali, però, il gruppo chiama a raccolta anche un personaggio decisamente avulso all’alternative italico: il regista e scrittore Silvano Agosti, infatti, recita una sua poesia ne Il mare. In Vivere in un bilocale troviamo invece alla voce Daniele Federici, fondatore dell’unica tribute band italiana dei Velvet Underground e grande esperto di Lou Reed.

Veniamo alle canzoni: difficile davvero scegliere cosa citare, anche perché a conti fatti, se considerassimo Senza paura delle rovine un’opera che fotografa la condizione umana ed esistenziale di chi abita il nostro Paese, allora potremmo qualificarlo anche come una sorta di concept dove ogni brano si lega coerentemente all’altro. S.I.A.E., ad esempio, è una lucida disamina in musica sulla controversa Società Italiana degli Autori e Editori; Abbronzarsi il Culo riflette sullo stato di salute della nostra musica (“fare musica in Italia è come abbronzarsi il culo / se ne accorgono solo in pochi se non lo dai via”), mentre l’iniziale Primo ostacolo è l’ideale singolo per promuovere il disco (“Cercatela tu la verità / fra le rovine”). Belle anche Comunione e Liberazione e Neopaganesimo, e ci fermiamo qui perché sennò si rischia davvero di citarle tutte.

Davvero un bel disco, questo Senza paura delle rovine: rabbioso, viscerale, ben suonato e, quel che più conta, autentico. Insomma, sarebbe proprio bello cominciare a vedere il nome dei Vintage Violence circolare tra quelli che contano nel Pantheon del nostro rock d’autore.

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