Recensioni
Vince Gilligan, Peter Gould
Better Call Saul - Stagione 6
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Davide Cantire
- 21 Agosto 2022

Saul Goodman è un personaggio creato dalla penna di Vince Gilligan e Peter Gould che fa la sua prima apparizione sullo schermo nell’ottavo episodio della seconda stagione di Breaking Bad nel lontano 2009. Ad interpretarlo c’è Bob Odenkirk, talentoso attore americano che fino a quel momento aveva preso parte a diverse serie televisive di successo, pur in ruoli minori, come Seinfeld, Curb Your Enthusiasm, How I Met Your Mother e per un breve momento sembrava dovesse essere il volto di Michael Scott in The Office (prima che Steve Carell, prima scelta dei produttori, si rendesse nuovamente disponibile).
Nell’ottica di Breaking Bad, serie che non senza fatica è riuscita a conquistare il pubblico di tutto il mondo e a rivoluzionare un mercato televisivo mainstream fino a quel momento abbastanza stagnante. Beninteso, i prodotti di qualità non mancavano, basti pensare a Six Feed Under e The Wire, ma parliamo pur sempre di un’epoca che precede i grandi investimenti nel settore, tali da equiparare le produzioni da piccolo schermo a quelle cinematografiche e, soprattutto, prima del diffondersi delle piattaforme in streaming. Il personaggio di Saul Goodman è in definitiva una macchietta, una pedina stravagante nella scacchiera che vedeva contrapposti i protagonisti fuorilegge e gli uomini col distintivo, con i suoi vestiti e le cravatte dai colori improbabili, con il suo riporto sempre ben mascherato, l’ufficio pomposo pieno di clienti poco raccomandabili, e quell’atteggiamento sbruffone che lo rende immediatamente riconoscibile a chi sta seguendo la scalata al potere di Walter White.
Subito dopo la conclusione di Breaking Bad (2013), all’annuncio dell’entrata in produzione di una serie spin-off e prequel al contempo chiamata Better Call Saul (come l’episodio che introduceva il personaggio nella serie madre e slogan degli spot pubblicitari che lo caratterizzavano), il pubblico di fedeli rimase a dir poco spiazzato dalla scelta. Con tutti i grandi personaggi che si avvicendavano tra Walter White e la sua disperata ricerca di riscatto, potere e avidità, Gilligan e Gould avevano scelto di focalizzarsi su quello più bidimensionale di tutti, l’avvocato dei delinquenti, a sua volta un delinquentello, un personaggio minuscolo anche se importantissimo nell’economia narrativa dello show. Ancora più spiazzata fu la reazione degli spettatori una volta visionati i primi episodi del nuovo show e la rivelazione di cui saranno partecipi fin da subito: Saul Goodman non esiste. Il personaggio risponde al nome di James “Jimmy” McGill e questo è un aspetto che assume immediatamente la massima importanza.
Così, stagione dopo stagione, il personaggio acquista una profondità immensa, mentre scopriamo che la sua identità è costantemente dilaniata dal rapporto con le persone che più stima e da cui cerca un disperato bisogno di amore e accettazione. Le prime tre stagioni si concentrano sul rapporto con il fratello maggiore Chuck (un grandissimo Michael McKean). Un rapporto fatto di amore e disprezzo, dai contorni shakespeariani, che sfiorerà la tragedia e che getterà le basi per la creazione dell’identità di Saul Goodman, andando così a rinnegare il proprio cognome, che è anche in cima a uno dei più prestigiosi studi di consulenza legale dello stato. Nelle successive tre stagioni, invece, sarà il rapporto di complicità e amore con Kim Wexler a far emergere definitivamente il lato più distruttivo di McGill, e sarà proprio il rimpianto legato a Kim a distruggere tutto ciò che rimaneva di Jimmy e a spianare la strada a Saul. A metà della sesta stagione, dopo lo scioccante finale di midseason, scopriamo che il Saul Goodman che avevamo conosciuto per la prima volta in Breaking Bad non è una farsa, non è una macchietta, bensì è molto di più: è l’identità con cui Jimmy McGill è venuto finalmente a patti dopo una vita passata a non sentirsi all’altezza, dopo essersi reso conto – per un errore di calcolo – di essere sempre stato Saul.
Better Call Saul è stata quindi la cronaca di una lenta, calibrata ed emozionante discesa agli inferi del suo protagonista, che nel corso dei suoi 63 episodi ci ha regalato personaggi indimenticabili (su tutti probabilmente svetta Kim Wexler, interpretata con straordinaria efficacia da Rhea Seehorn, tanto da aver alimentato la tensione e la paura dei fan nei suoi confronti con il trend topic “Che cosa succede a Kim?”, dato che il suo personaggio non compare nel corso di Breaking Bad), ha arricchito l’universo narrativo in cui si muoveva la serie madre e ha fornito una disamina sui comportamenti e le passioni umane in maniera sempre lucida e sofferta, il tutto sostenuto da un livello di regia e scrittura di cui è possibile trovare ben pochi eguali oggi. Il finale, dall’indiscussa eleganza, costituisce poi quasi un film a sé stante con un’ultima ciliegina garantita dal confronto finale tra Saul e Walter. Se il secondo è ormai profondamente corrotto (e infatti fornisce una spiegazione parecchio cinica sul rimpianto), il secondo invece sa di mentire perfino a se stesso e sa bene in che punto della propria esistenza tutto è cominciato a degenerare.
Dopo l’ultima zampata “alla Saul” contro il sistema giudiziario (il farsi ridurre la pena fino a soli sette anni e alle proprie condizioni), il personaggio viene scosso in maniera definitiva. Saul Goodman smette di esistere e Jimmy McGill può fare il suo ritorno in scena per salvare l’unico rapporto che abbia veramente contato nel corso della sua esistenza e rendersi finalmente libero ai suoi e ai nostri occhi. Gilligan e Gould si sono presi il loro tempo per raccontare questa storia epica nella sua antispettacolarità; hanno saputo centellinare le informazioni all’interno di episodi di qualità sempre eccelsa. I due autori si congedano nel miglior modo possibile, dopo aver consegnato quella che con tutta probabilità è la serie migliore dell’ultimo decennio e che difficilmente vedremo replicata in qualche altro modo.
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