Recensioni

5.8

I Vessels, da Leeds, non sono un gruppo post rock. O almeno, non lo sono più non da uno, ma ora da due dischi a questa parte. Il quintetto britannico, sin dalla sua formazione avvenuta attorno al 2005, era infatti annoverato in quella schiera crescente e pulsante di formazioni europee che cercavano di riprendere le trame distese, i tappeti ambientali e le divagazioni ipnotiche di band quali Explosions in the Sky, This Will Destroy You e compagnia. Seppur filtrata da una lente vagamente psichedelica e da un uso personalissimo della componente elettronica (vedi il tocco di John Congleton nel loro album d’esordio White Fields and Open Devices), i Vessels stavano cercando di comunicarci la volontà di giocare in un altro campionato, volontà che si è di fatto manifestata in Dilate (2015) che si è posto, con il senno di poi, come il classico spartiacque nella loro produzione.

Il nuovo The Great Distraction prosegue con convinzione e abnegazione la loro “conversione” alla materia elettronica: “La Grande Distrazione” è proprio quella che li porta a riporre le sei corde in custodia e a sperimentare con loop station, drum machine, tastiere e diavolerie varie. Pur non dimenticando il passato, la band si lascia tentare da suggestioni stroboscopiche (vedere la copertina per credere), fumi e stanze semibuie da club culture, iniettando quell’immaginario delle vastità sonore che il genere d’appartenenza impone: si parte con Mobilise, otto minuti in perenne equilibrio (e pericolosamente tesi) sulla materia IDM, un crescendo Rossiniano ma anche una traccia che sembra prodotta dal più sapiente ed esperto dj della scena rave britannica dei Novanta. Colti nell’opera di rivisitare i fasti energetici di allora con rinnovata frenesia, è subito evidente quanto i cinque di Leeds risultino un poco insipidi e freddi, sensazione che ritroviamo moltiplicata nei pezzi che danno corpo alla parte centrale dell’album (Position e il singolo Radiart su tutti).

I Nostri se la cavano un po’ meglio nelle piroette trance di Radio Decay e Glower, o nelle acque torbide della retrowave di Everyone is Falling, che tira verso i S U R V I V E. Eppure, l’autentica novità, nonché il punto di forza del fatidico disco della svolta, avrebbe dovuto essere il poker di preziose collaborazioni, a partire da quella di rilievo con i Flaming Lips, il cui synth-pop finisce per essere tra gli episodi più deboli dell’album (Deflect the Light). E non che le altre – a dire il vero piuttosto impalpabili – se la cavino meglio: Deeper in Sky, con Katie Harkin (anche nelle Sleater-Kinney come turnista) è avvolta da un’appiccicosa patina EDM-indietronica, mentre sono i Vessels a farsi lo sgambetto da soli quando decidono di chiamare in studio Vince Neff dei Django Django per Trust Me, che suona quasi più come una outtake o un lato-B dei Django stessi. Si salva Erase the Tapes con il corpulento e poliedrico John Grant, giusto perché quest’ultimo conferisce un po’ di sano esistenzialismo e delle basse frequenze pianistiche tipiche dei suoi lavori.

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