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Disco d'esordio per i bergamaschi Verbal, in attività dal 2009 e già forti di aperture ai live dei Verdena e della collaborazione con Neverlab. Le sei lunghe tracce strumentali risultano frutto di un coacervo di sonorità di matrice prevalentemente post-rock che bypassa decisamente il rock classico, nell'ambizione di dare vita ad una sorta di “trans rock” con inclinazioni noise e math, ma anche jazz e funk.
L'impianto delle tracce segue geometrie ben studiate fatte di riff ripetitivi e ritmiche ossessive che si pongono come sostrato per la sperimentazione. Da questa base comune emergono lunghe tirate rumoristiche e spettrali (Benny Hill Hates Sports), sperimentali accostamenti di math-rock e jazz (Double D Marvin include un campionamento da Free Jazz di Ornette Coleman), elementi di rock ambientale (Coronado) e rimandi funkeggianti à la Gang of four (Orwell). In assenza di cantato, la trama pensata dai Verbal si dipana attraverso campionamenti vocali che evocano le vicende di personaggi reali (lo scrittore Orwell e l'esploratore Coronado), fantastici (il signore del caos, e il bambino fantasma, Benny Hill) e impersonali (Kobayashi) e che vanno a costituire uno degli elementi di originalità nella sperimentazione transgender.
E' una sperimentazione alienante ma ben governata quella dei Verbal, dove il rischio di cadere nel caos di rumori e di generi viene sempre ricomposto dall'ordine matematico su cui il gruppo fonda la propria identità musicale e visuale. Forse è proprio l'eccessiva preoccupazione di far sì che i conti tornino a penalizzare i promettenti slanci di questo esordio.
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