Recensioni

Il cambio di line-up per i bergamaschi Venua, con l’ingresso di Marco Fasolo dei Jennifer Gentle alla batteria – anche produttore artistico di questo secondo lavoro -, contribuisce, per lo meno, a regolarizzare l’intermittenza di un rock ballerino e per certi versi incompleto. La verità è che rimanere appesi a quel sottilissimo filo che lega (ma si può fare?) i Black Keys a Fred Buscaglione è un’operazione non da poco, di certo complessa.
Per carità, gli episodi ci dicono che Blah Blah Blah è un disco compatto, con testi quanto meno fruibili, arrangiamenti sempre attentissimi e una personalità sicuramente straripante. Forse questo è un primo difetto, non a caso riscontrabile nel novanta per cento dei gruppi italiani: si pecca a volte di un eccesso di teatralità dovuto alla voglia di mettersi in mostra a tutti i costi, teatralità insita comunque nel nostro DNA. Bisognerebbe, certe volte, tenersi di più le mani in tasca. Un esempio per capirci meglio: in 9 settembre, brano rockeggiato e molleggiato (quasi allaCelentano), la metrica delle parole è molto articolata e la prima strofa finisce con “…quando inizi a parlare vuoi sempre ragione, rendendoti Superman…MAN!”. Ebbene, quel “man” finale (ricorre più volte nel brano un procedimento simile) gridato (in delay) è l’emblema di un’enfatizzazione, di una teatralizzazione non del tutto necessaria. Il gap semantico nel quale ricade molto spesso questo disco è il non saper togliere, il non zittirsi quando è il momento, trasformando tutto in un ottimo esercizio di recitazione.
Come già accennato, le geometrie degli arrangiamenti sono sapientemente gestite, alimentate anche da registrazioni rigorosamente analogiche: Se vuoi, devi gode di un respiro blues, tinto dalle note di un Rhodes e di un convincente riff di chitarra alla Strokes; Via Petrarca è una ballata di piano e arpeggio in stile Because deiBeatles, paradossalmente più equilibrata e meno forzata degli altri brani del disco; Sunday è proprio il brano domenicale, da balera, da Morandi, Zanicchi e Mina, in cui (forse solo per un abbassamento di voce del cantante ai tempi delle registrazioni) la teatralità che giustamente richiede una band che si ispira anche al Fred nazionale, si fonda bene con il retroterra musicale (cosa che, ad esempio, non succede nella successiva Aprile dolce dormire).
Blah Blah Blah rappresenta un affresco interessante se lo si vuole interpretare alle soglie del teatro-canzone, solo che (così almeno ci pare) non era questo l’intento di una band che ha comunque le carte in regola per fare meglio e di più: l’originalità del sound (garage-canzonissima), la compattezza delle parole e un bel po’ di palchi calcati.
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