Recensioni

Approcciandoci al nuovo album di Ty Segall, bisogna sgombrare il campo da un paio di possibili equivoci. Primo, nonostante nei testi vi siano degli evidenti riferimenti alla vita durante il lockdown, le tonalità quasi esclusivamente acustiche del disco non sono costrette dal conseguente ripiegamento nella sfera introspettiva. Secondo: non si tratta di una versione gently (per usare una definizione utilizzata recentemente da Jack White) del predecessore Harmonizer, le cui gragnole di fuzz, synth ed elettronica eighties sono nate nel medesimo periodo. Hello, Hi saluta dunque il mondo con una scorza distintiva e la necessità di far progredire ulteriormente un ormai t(r)ip(p)ico tocco psichedelico.
Influenze esibite come panni sporchi volutamente lavati nella piazza principale del paese, quelle che animano le dieci canzoni qui presenti: dall’amore per i T. Rex di Bolan nei quadretti surreali dal forte potere lisergico (Blue, Cement, Saturday Pt. 1) al beatlesianesimo sotto traccia di Looking At You; passando per i Cream, quando intelligentemente Segall stacca per per regalarci un bel momento di chitarre ruggenti (Hello Hi) fino a tutto un retroterra di cui ha sempre fatto parte senza cadere nella trappola del revival.
Ad esempio, la perfezione di Don’t Lie contiene una breve citazione armonica di Cheryl’s Going Home di Bob Lind (versione originale di Ma che colpa abbiamo noi dei Rokes), e anche un po’ di But You’re Mine di Sonny & Cher – sì proprio quel Ragazzo Triste portato al successo in Italia da Patty Pravo. Poi c’è la concatenazione di accordi di Distraction che ti rimane addosso e l’indie folk di Saturday Pt. 2 che ingloba stratificazioni di sax rimandando alle genialità di Syd Barrett. Per di più, il mix di armonizzazioni oblique e voci angeliche fa materializzare all’improvviso il fantasma di Elliott Smith nella stupenda Over.
Canzoni vere che messe così in sequenza diventano ancor più credibili, capaci di esaltare ogni singola emozione di cui l’album è composto. Una “somma che fa il totale” (per dirla stavolta à la Totò) e che da qualsiasi angolazione la si guardi funziona dannatamente bene.
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