Recensioni

La settima edizione di Transmissions, festival ravennate dedicato alla musica sperimentale e contemporanea organizzato dall’associazione Bronson, raggiunge il suo obiettivo, ovvero offrire una panoramica musicale stimolante, atipica e fuori dai trend di settore più inflazionati. Un cartellone da brivido, a dire il vero, per un’edizione capace di unire folclore e musica sperimentale, indie e avanguardia, elettronica e analogica umana, tutti elementi perfettamente soppesati dagli A Hawk And A Hacksaw curatori ufficiali del festival. La serata più sorprendente si rivelerà la seconda, ovvero il venerdì sera dedicato alle musiche (alte) balcaniche, ma già da quella di apertura è chiaro che il taglio della manifestazione è di quelli ricercati.
Raven Chacon – nativo americano della Navajo Nation, Arizona, e studente, tra gli altri, di Morton Subotnik e Wadada Leo Smith – apre le danze giovedì 20 marzo, presentandosi da solo in un Bronson pieno per metà. Davanti a lui, un tavolino illuminato da una luce rossa su cui riconosciamo un mixer, alcuni distorsori e ferri del mestiere piuttosto insoliti. Il suo è un droning che impatta su territori noise; quando non è la voce a farsi contaminare dai “modulatori di suono” posizionati sul tavolo (un cavo collega la bocca del musicista alle macchine), a generare la “tempesta uditiva” pensa un corno di cervo(?) opportunamente “microfonato” che graffia un pannello di plexiglass, o magari un registratore a cassetta su cui Chacon improvvisa. Quello che arriva dalle casse è un fluire aggressivo ma profondo, una prateria di spigoli da sciamano del nuovo millennio blindata dal metro dell’interpretazione soggettiva.
La parola d’ordine della serata sembra essere “trance” e gli Ovo interpretano alla loro maniera il concetto. Forti dell’ottimo Abisso uscito nel 2013, Bruno Dorella e Stefania Pedretti salgono sul palco dopo Chacon (con cui faranno anche una breve jam a fine set) confezionando la consueta mistura di tribalismi e vocalizzi luciferini. La musica della band rimane più una questione di suono, che una sommatoria di semplici brani: i timbri dei tamburi, i toni bassi e ottusi della chitarra elettrica della Pedretti, le profondità ultraterrene della voce, circoscrivono un’esperienza di ascolto che è suggestione, non solo produzione lineare di pattern stilistici. I successivi Fire! aggiornano il tema centrale della serata a modo loro, ovvero imbottendolo di anfetamine e gettandolo in pasto al pubblico. Brani (pochissimi) allungati a dismisura, per un set infuocato in cui il sax di Gustafsson sembra un mulo frustato a sangue: scalcia imbizzarrito, spara fuori fraseggi nervosi e raglia a più non posso, col viso piegato dalla fatica e le vene in evidenza. Non c’è raffinatezza nel suono del gruppo, non c’è, per dire, la sperimentazione armonica di un Colin Stetson o l’intellettualismo ricercato del free jazz: tutto è attorcigliato a un basso ipnotico e reiterato, con la batteria a dialogare con i fiati e il leader della band chiamato saltuariamente alla tastiera/synth per scoprire come il free-noise possa trasformarsi in un drone ipervitaminico.
Chiusura della prima serata affidata ai notevoli Deerhoof. La band fa quello che le riesce meglio, ovvero posizionarsi su un suono schizofrenico e mirabilmente tecnico. Sembra di avere di fronte certe Cibo Matto traviate dai Devo, o magari una versione impertinente, intellettuale e frantumata della slackness dei Pavement. I Deerhoof sono una band di altissima caratura, capace di una scrittura perfettamente integrata con la complessità comunicativa moderna (sulla stessa lunghezza d’onda, ma più su un versante psichedelico, agiscono anche formazioni come gli Of Montreal). I musicisti si divertono, ballano, cercano di coinvolgere un pubblico da 4/4 che fatica non poco a cantare a tempo sulle cesure asincrone della band, eppure tutto funziona al di là di ogni giudizio di merito.
Si parlava di 4/4: la seconda serata, dedicata al folclore balcanico e caratterizzata da un pubblico numeroso e decisamente trasversale, stravolge i ritmi tipicamente occidentali e gioca al rilancio con un parco ospiti di primo piano. La musica dell’Est Europa, come sottolineeranno più volte anche i musicisti sul palco, è caratterizzata da forme ritmiche tra le più avventurose e trascinanti, in bilico tra tempi dispari, sincopati mozzafiato e fraseggi al fulmicotone che ricordano quasi un bebop ante litteram. Ci pare di cogliere, in questa tradizione, anche elementi blues (se non nell’estetica, di certo nell’attitudine) e la ricerca di un abbandono dei sensi a suo modo psichedelico e tribale. Chi più chi meno, durante la serata, dà la propria versione di un immaginario in bilico tra Bulgaria, Macedonia, e Ungheria, senza tuttavia finire col citare quella “paccottiglia per turisti” che tocca sorbirsi in altre sedi. Anzi, il livello tecnico è altissimo, a cominciare da un Bálazs Unger virtuoso al cimbalom, quest’ultimo sorta di via di mezzo tra un glockenspiel, un vibrafono e un pianoforte percosso con delle bacchette. I ritmi sono scapicollanti e intriganti, tra sensazioni di armonie corpose e parti soliste a cascata, e l’effetto che si ricava è quello di una coralità sonora quasi pianistica. Set da incorniciare, compreso il finale in piedi in stile Jerry Lee Lewis (una fisicità imponente ma irrimediabilmente empatica, quella del musicista) e il cammeo di Jeremy Barnes degli A Hawk and a Hacksaw al tupan (sorta di grancassa a spalla).
Nedyalco Nedyalkov si presenta sul palco col suo fedele kaval (flauto macedone), accompagnato da un terzetto di musicisti equipaggiato con tupan, tamboura (simil-mandolino) e gadulka (esteticamente, quasi un violino). Melodie pseudo-medievali su cadenze della tradizione bulgara si mescolano a un approccio jazzistico, con un suono sognante e vellutato davvero lontano da ogni genere di stereotipo. Stesso discorso per una Bajsa Arifovska che alternando clarinetto, violino e gajda (sorta di cornamusa), e con l’accompagnamento fondamentale di Zoran Dzorlev al violino e Ratko Dautovski alle percussioni, offre un set elegantissimo sospeso tra Turchia, Medioriente e …Scozia. Il vero mattatore della serata, però, è King Naat con l’originale Kočani Orkestar. La sua tromba è una specie di serpente a sonagli capace di modulare sibili e barriti, mentre la backing band quasi esclusivamente formata da ottoni – sax, tarabuka (percussione), due tube wagneriane e un elicon – è più irregimentata di quel che ci si sarebbe potuti aspettare. Nulla di caciarone e confusionario – anzi pare di vedere una disciplina quasi militaresca, in formazione -, pur nell’ottica di un’esibizione istrionica e inchiodata su un irresistibile “gipsy mambo”. L’orchestra è una struttura pensante, in bilico tra arrangiamenti corali (davvero ottima la sezione bassi) e momenti solisti alla tromba caratterizzati da stacchi in stile Louis Armstrong. I suoni sono quelli che Kusturica ha reso noti in tutto il mondo con i suoi film, eppure si tratta anche di materiale non troppo lontano dal fraseggio jazz più swingante.
La serata conclusiva di sabato 22 marzo si apre con i nostrani Father Murphy. Eravamo curiosi di vedere la formazione veneta alla prova del palcoscenico, dopo l’abbandono da parte del batterista/polistrumentista Vittorio De Marin. La risposta di Federico Zanatta e Chiara Lee è stata una sorta di passaggio da una forma-band a stato solido a un setting in duo gassoso, mutante e allentato. I Father Murphy live del 2014 sembrano giocare ancora di più su un flusso ambientale fatto di paesaggi inquietanti e silenzi, piuttosto che sul terreno avanguardista e corale della band degli ultimi dischi. L’assenza di De Marin ha forse portato a saltuari cali di tensione e a qualche sviluppo un tantino macchinoso, conseguenza anche del fatto che la formazione è sempre stata un animale a tre teste perfettamente integrate tra loro. Siamo fiduciosi, comunque, che tutto possa risolversi ed evolvere in una “usabilità” del suono ancora migliore. Set decisamente diverso per i successivi A Hawk and a Hacksaw, tra brani tradizionali della musica est-europea e produzione autografa. La band omaggia il clarinetto di Cüneyt Sepetçi, il cimbalom di Bálazs Unger e le percussioni di Ozanit Alaattin ospiti sul palco, con un set mirato sull’interplay e sul gioco tra le parti. Il concerto è tutto uno scambio in ottica jazz tra strumenti solisti e accompagnamento, con una Heather Trost spesso al centro della scena.
La chiusura di Transmisisons VII tocca invece ai Mouse On Mars. Il “ballo” già sperimentato nella seconda giornata del festival e stimolato dalle cadenze balcaniche, qui si trasforma in un rito collettivo post-moderno imperniato su un beat massimalista e infuocato. Il duo tedesco somma acid, rave, electro, tagliandole con sincopati footwork, il tutto in un meccanicismo performativo glaciale e ricchissimo nella palette sonora. Materiale che fa tremare vetri e interiora, tanto è fisico, tellurico e machista, e infatti gli abituè dei set della formazione indossano gli immancabili tappi per le orecchie già dal primo brano. Chiusura “estrema” e in qualche maniera sui generis, per la settima edizione di una manifestazione che non ci stancheremo mai di elogiare per il coraggio e l’intraprendenza.
Amazon
