Recensioni

7.2

Quello operato da Tommaso Di Giulio è un gettarsi anarchico alla ricerca di un nostalgico coraggio, tutto italiano e genuino, spontaneo, autobiografico. Nel caso specifico di Lingue, nuovo disco del cantautore romano, superare il limite di ciò che può essere esposto e detto ha significato gettare lo sguardo sul non guardabile, valicare il confine tra pubblico e privato, tra ciò che si espone e ciò che va celato allo sguardo: la malattia del padre, l’incomunicabilità che si palesa senza avvertire, il bisogno e il desiderio di trovare una nuova lingua da parlare assieme. L’invenzione di una glossolalia familiare, alla base di questa intima e riuscitissima riflessione musicale, gode di una scrittura tanto umana quanto profonda.

La vita personale e quella dell’artista si legano qui in modo indissolubile, viscerale, tra il dramma e l’autoironia: Di Giulio si dimostra un autore adulto, lo è nella scrittura, nella composizione, nella capacità di coniugare in modo imprevedibilmente accurato la parola al suono. Il riflettore lucente puntato su figlio e padre, un primo piano più strutturale che narrativo, sembra sottolineare il fatto che la realtà è decostruita e non costruita. In mezzo a scelte musicali stimolanti e goduriose, troviamo un disco pieno, di amore, corpi, chitarre, bassi, organi, sassofoni, cicale e percussioni che fra incursioni dalliane e ispirazione battistiana, riesce a pieno nel legare dieci brani elettrici senza citazionismi forzati o ingenuità cantautorali.

Creativo, brillante, onesto, ricolmo di quell’insana leggerezza nel modo di portare la voce propria di Ivan Graziani, il modo con cui l’artista romano si approccia al pop si stacca dall’irrealtà, si fa quasi punk nel non volersi vestire di quel distacco intellettualoide spesso usato a sproposito nella scena indie italiana. Ballate liberatorie con trame chitarristiche notevoli e un testo di grande consapevolezza come Canzone Per S. e A Chi La Sa Più Lunga, fra divertissement e arguzia narrativa, un vero e proprio invito alla resistenza. Mentre la voce graffiata di Yuman sostiene la fotografia pop di Da Lontano, con un sax a incorniciare la scrittura allegorica del cantautore, Il mese più caldo diverte e seduce con un’eleganza che ricorda i potenti antidoti firmati da Dimartino. Con i suoi riff sixties Le notti difficili parla alla paura della paura stessa, declinando una realtà onirica grazie a declini fisici e spirituali. Grazie a Di Giulio sembra possibile ritrovare l’eco delle canzoni italiane di sempre unite ad arrangiamenti portentosi che regalano poesie fra il grido e il sussurro di un tono dolce. Dal miele pulsante ritmiche a metà fra gusto fifties e chitarrine surf de L’Umidità, al finale con una splendida doppietta affidata a Piangi Pure e Quello Nello Specchio, un’ondata di domande e risposte che si fa ballad pianistica di rara grazia e potenza.

Sebbene viva di un’attitudine sfacciata e cruda propria di chi espone una realtà intimissima, Lingue si riveste di un comune sentimento del pudore nella sua descrizione sincera del dolore; è un disco che sa parlare convintamente e non cade in facili decadentismi di maniera, innalzando a fondamentali le cose della vita. Le stesse che ci sorprendono, di bellezza e di orrore, le stesse per cui non ci possiamo mai dire abbastanza preparati, abbastanza forti. E forse l’ammissione stessa un po’ ci salva da quella paura, dall’incognita infinita. Se (un po’) è vero che tutte le canzoni sono canzoni d’amore, Lingue è un disco che annulla la difficoltà del dolore, la rende umana, perché c’è la vita che entra nella musica e la stravolge, perché è proprio vero che alle volte non importa chi fa il figlio e chi fa il padre. Ci sarà sempre l’altro a guardarti piangere, in un desiderio di pace, nella magia che lo incoraggia.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette