Recensioni
Todd Rundgren
Utopia
Todd
Todd Rundgren's Utopia
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Andrea C. Soncini
- 8 Aprile 2024


Si ama o si odia. Quante volte l’avete sentito dire. Come non esistessero le sfumature. A giudicare dalle recensioni del periodo, quando appena pubblicato, Todd di Todd Rundgren è stato un disco in parte odiato. Ma erano altri tempi: la critica era temuta dalla discografia e rispettata dal pubblico. Godeva del potere che aveva e amava mietere vittime: faceva pochi prigionieri e il pelo sullo stomaco lo rasava una tantum. Aiutava a uscire dall’oscurità ma non condonava la perdurante esposizione alla luce dei riflettori. Non certo ideologicamente, ma filosoficamente, si trattava di una grande prova di socialismo applicato (alla carta). Oggi al contrario si sale sul carro dei vincitori per raccontare come il barroccio fili via spedito anche quando, le ruote oramai schiantate, prosegua barcollando sui mozzi. Genuflessi di fronte al potente le briciole si raccolgono più facilmente; anche con la lingua.
Ma non perdiamo di vista Todd. E Todd l’inarrestabile, frenetico musicista che non trova requie. Secondo le sue stesse parole: “Sono una persona eclettica, un personaggio rinascimentale à la Da Vinci”. Immodesto? Dato gli innumerevoli talenti espressi – in musica ha fatto tutto e di tutto ricoprendo ogni ruolo – la risposta che più si avvicina alla realtà è “no”. Lucidamente conscio dei propri mezzi si è definito nella maniera più concisa e attendibile possibile.
Nel giro di una manciata di anni che vanno dalla fine degli anni ’60 al 1974 Rundgren ha registrato tre dischi con i Nazz – Nazz, Nazz Nazz, Nazz III –, scritto canzoni per gruppi e cantanti che vanno dai Four Tops ai New Seekers, registrato nomi del calibro della Band (Stage Fright) e altre decine, prodotto i nomi più disparati: dai Badfinger di Straight Up al debut album degli Sparks, i Grand Funk Railroad del best seller We’re An American Band e del seguente Shinin’ On, l’omonimo album di debutto dei provocatori New York Dolls e War Babies dei suoi concittadini Hall & Oates.
Per quanto riguarda la musica liberata a suo nome, in uno spazio temporale compresso tra il 1970 e il 1973, non è stato meno prodigo: ha registrato in sequenza Runt; Runt. The Ballad of Todd Rundgren; il doppio album Something/Anything?; infine A Wizard, A True Star, un groviglio di spire di 55 minuti che per il vinile rappresenta qualcosa come varcare le colonne di Ercole del limite fisico del disco. Come nei film di guerra dove il sottomarino si immerge a motori spenti fin sul fondo per scansare le mine di profondità e le pareti cominciano a lanciare sinistri scricchiolii che ne annunciano l’implosione, lo stesso ci si aspetta che da un ascolto all’altro la puntina sfondi le pareti dei solchi di uno dei dischi in vinile più lunghi della storia del rock. (Benché nel 1975, con Initiaton, Rundgren supererà l’impensabile traguardo dei 68’ di durata).
Il 1974 però, non solo è l’ennesimo anno da workaholic, ma anche l’anno mirabilis del chitarrista fino a quella data. In febbraio arriva Todd, un altro doppio vinile. Una cornucopia di brillanti congegni sonori che pur essendo spesso di segno opposto convivono in calibrato equilibrio. In questo senso i primi due brani sono paradigmatici dell’intero lavoro: il calembour elettronico di How About A Little Fanfare – le cinque parole del titolo consegnate al nastro che gira al contrario – portato via dalla corrente dei sequencer sfuma nella melodiosa ma astrusa I Think You Know, ballad mutante – il soggetto è la telepatia/pensiero sincrono – graffiata/griffata da un solo blues – doppiato ma sfasato sui due canali stereo – invischiato in appiccicose tastiere che gocciano bava kraut-psych. Asimmetrica e metrica, ecco le coordinate dell’intero disco.
Oppure, usando l’accetta, possiamo distinguere tra brani cantati e strumentali. Al secondo gruppo appartengono il sensazionale trip elettronico-allucinato di The Spark Of Life (quanto hanno pescato da questo oceano caldo, solo per fare un esempio, gli Air); l’ineffabile inafferrabilità di Drunken Blue Rooster e Sidewalk Cafe; il furibondo onirismo di In And Out The Chakras We Go (Formerly – Shaft Goes To Outer Space) che, sembra impossibile, musicalmente è anche più inestricabile – e terribilmente in anticipo sul futuro del rock – del titolo.
Si possono accorpare anche i folgoranti, a tratti stravaganti, bozzetti di An Elpee’s Worth Of Toons (caustica dissertazione sullo stile di vita della rock star: “C’è qualcosa al centro di tutto questo semplicemente terribile / Un uomo che si guadagna da vivere con una cialda di plastica”), e Lord’s Canchellor’s Nightmare Song (tratta da Iolhante, opera comica di Gilbert & Sullivan che esordì a Londra nel 1882) nella quale Rundgren assume involontariamente, probabilmente neppure sapendo della sua esistenza, i toni da registro operistico del Peter Hammill più dark.
A Dream Goes On Forever (unico singolo estratto) e Izzat Love, sono le love song che non possono mancare: irresistibili, osservate dalle due sponde del tema – una struggente l’altra esuberante – rinnovano la mai sopita ammirazione di Rundgren per Laura Nyro, o per i Beach Boys come palesato da Useless Begging. Infine il radicale, sacrificale, romanticismo totalizzante – da Sturm Und Drang – di The Last Ride; molto più di una – per quanto ammirevole – canzone d’amore.
Sul fronte opposto c’è il Todd d’assalto: il brutale metal-prog della caotica e bifronte Everybody’s Going To Heaven/King Kong Reggae (le due parti legate dal minaccioso gorgogliare dello sciacquone di casa Rundgren), il lascivo hard-blues di No. 1 Lowest Common Denominator, e Heavy Metal Kids che chiarisce le intenzioni sin dal titolo.
Poi gli episodi apolidi. Il mistero prospettico di Don’t You Ever Learn, lubrificato incastro di sinistra allusione e parziale risoluzione, prima che tutto si confonda ancora, in un’alternanza di avverso e favorevole fino al finale – straordinaria melodia – che apre le porte dell’Empireo. Sarebbe stato, come l’infausta tempesta, il finale perfetto del doppio vinile. Ma Rundgren è tutt’altro che prevedibile, e in chiusura preferisce mettere Sons Of 1984, l’ennesima mattana da wizard, un esperimento socio-fisico-geografico realizzato sovrapponendo il coro di 3000 persone radunate per un concerto al Central Park di New York a quelle dei fan di un raduno avvenuto sulla costa opposta, al Golden Gate Park di San Francisco, come a unire, simbolicamente, le tante etnie degli USA comprese tra le due coste in una sola voce. E migliore congedo, tutto sommato, per un disco i cui stupefacenti frammenti convergono verso un nucleo attrattivo dove la musica prospera alla luce di una filosofia non ancora brutalizzata, non del tutto, dalle regole del profitto, e alla luce del credo hippie che non ha dimenticato – le ultime parole di An Elpee’s Worth Of Toons sono “I want to change the world” – Rundgren non poteva trovarlo.
Todd, va raccontato, all’interno della confezione che offriva, oltre la stampa dei testi, un poster che riporta il volto di Rundgren come compare in copertina, ma azzardato in bianco e nero da un computer machina-habilis (rispetto all’attuale spauracchio AI) con un abile gioco di chiaro/scuri effetto della lista di 10.000 nomi di fan raccolti con cartoline allegate al precedente disco, A Wizard, A True Star, spedite all’indirizzo della Bearsville, la label che pubblicava Rundgren. Un genuino divertissement escogitato per generare comunanza in un mondo dove la distanza tra rock star e pubblico era ancora minima o almeno accettabile. Il contrario dello spazio siderale che esiste oggi tra le due entità. Sapere che Rundgren al Festival di Knebworth 1976 si aggirava tra gli spettatori del suo show chiedendo loro l’autografo (!) e vedere oggi certi sciroccati di presunto alto lignaggio capaci di abbandonare il palco perché qualcuno da un posto in platea pagato anche centinaia di euro – magari raggranellati tirando due buchi della cinghia – “ruba” una foto, rende l’idea dell’aridità che ha bruciato sogni, verità, senso di avventura, anelito al ribaltamento delle purulente gerarchie di potere, dal mondo della musica rock.
Certo gli amanti del rock’n’roll in quanto espressione blue collar, del “basta che respiri” versione sonora, i pogatori anche al rito funebre, troveranno Todd eccessivo. E raffinato, sperimentale, coraggioso, folle, ironico, avventuroso. Pieno di difetti. Lo odieranno appunto. “La gente che compra i miei dischi – ha detto Rundgren – fa parte di quel gruppo che per ragioni di età si è perso i Beatles; ecco, io sono i loro Beatles”. E ha ragione. Perché come i Fab Four, Rundgren non è mai pago. E con Utopia che esce nell’ottobre dello stesso anno di Todd, registrato dalla seconda incarnazione dei Todd Rundgren’s Utopia fondati nel 1973, il musicista di Philadelphia che un magazine americano ha definito “un’idra legittima figlia dell’era della musica elettronica” alza ulteriormente l’asticella.
Gli Utopia, in quella fase, sono un gruppo di Prog rock “no compromise”. Sono gli anni dove il prog è nell’aria. Circola liberamente, fa proseliti, è persino ben visto da chi ama una certa raffinatezza: è uno dei figli del Rock che scappato dalla piantagione e arrivato in città ha dismesso gli stracci blues che non cambiava neppure nei giorni di festa per farsi cucire un abito sartoriale di scuola europea curato nei dettagli. Sensazione nuova, il rock si è fatto elegante. In un secondo momento esuberante. Infine ha scoperto il gusto degli accessori, esagerato fino a perdere la testa. Capita spesso. Ma questi sono i giorni del massimo splendore. Quando la musica diventa multisensoriale perché oltre l’udito, i concerti e i dischi soddisfano la vista e il tatto – per effetto degli art work più fantasiosi – come mai prima né dopo. Todd Rundgren, “progressive dentro” verrebbe da dire, non può lasciarsi sfuggire l’occasione, forma un gruppo che più progressive-non-si-può (tre tastieristi!) e lo battezza Utopia. Il cui unico scopo – nei primi tempi, poi le cose cambieranno – è spingere sull’acceleratore: andare oltre, se possibile, quello già fatto in proprio dal Rundgren “idra legittima figlia dell’era della musica elettronica”.
Su Utopia, il disco di debutto, ci sono quattro brani, e solo Freedom Fighters si assesta su una durata accettabile per l’ascoltatore medio: i 4 minuti di musica per la stessa canzone oltre la quale va in affanno, gli manca il fiato, rischia le convulsioni se alla seconda strofa non segue il ritornello che si può canticchiare. Tutto il resto, tre pezzi per un’ora di durata, è roba forte, da triathlon in note.
Rundgren è già una star, una true star, ma benché si prenda il centro del palco – come cantante e chitarrista dalle doti fuori dal comune – e ci sia quel prefisso, Todd Rundgren’s, a dire “qui siamo tutti uguali, ma io un po’ di più degli altri”, Utopia prende vita con i presupposti del lavoro di gruppo. Cosa che in un fuoco di fila sonoro senza sosta appare evidente.
Mentre gli oltre 14 minuti (dal vivo) di Utopia Theme fanno vacillare per la magistrale messa in atto di un arabesco musicale che si fatica a realizzare in ogni componente tanto è dettagliato, Freak Parade si mette in scia al Frank Zappa guascone ma allo stesso tempo sopraffino alchimista, e la già citata Freedom Fighters, ritagliata nei termini del singolo che non sarà mai pubblicato, la melodia pop caricata a pallettoni, riff e solo di chitarra puntuali come laser, le bellissime parole, è un anthem epico-eroico il cui fuoco brillerà in eterno:
Alcune persone si nasconderanno / (…) / Ma noi siamo combattenti per la libertà / E non abbiamo scelta / In un certo senso sei solo un soldato della mente / Ma il mondo va avanti / La vostra ricompensa arriverà / E la verità arriverà, e il cambiamento arriverà / È solo una questione di come e di quando
Sull’altra facciata The Ikon, un mondo intero in un lato intero; un pianeta che offre le sorprese delle culture immaginate da Jack Vance, scrittore americano campione assoluto in fatto di razze aliene inventate e messe a convivere fianco a fianco, che in questo caso sono gli innumerevoli generi che vanno a comporre una mappa fisica rock dove gli “stati” hanno abolito le frontiere: jazz-rock, prog, psichedelia, metal; perfino il country, creatura molliccia e traslucida, geneticamente modificato dai TR’s Utopia diventa vitale ed eccitante. Una fantasmagoria rock, The Ikon, che scuote, per la forza d’urto e la laboriosità dell’intreccio. Il cui ascolto senza sosta rende euforici come bambini messi di fronte al regalo inaspettato. Non importa sia la condizione di sorpresa indotta dalla prima volta, perché dopo infiniti ascolti il sollazzo e la gioia dello stupore saranno identici alla prima “rivoluzione” sul giradischi. L’orbita completa del vinile che metterà “fuori tempo massimo” i detrattori alla ricerca del pretestuoso fallo. I Saw The Light, cantava Rundgren in apertura di Something/Anything?. Ho visto la luce. Io aggiungo: ho sentito il verbo.
Presuntuoso? Meglio, “pretenzioso”, come si usa dire in ambito di critica? Sì, grazie a Dio sì! Tanto. Se il Punk è sfrontatezza, nessun rispetto delle regole discografiche, ribellione e insofferenza verso i limiti della tradizione, allora il vero punk è questo, su un piano più alto: a livello encefalico e servito in bello stile. Una iconoclastia proficua, illuminista, illuminante, altro che “destroy”, “no future”. “Per me – ha detto Todd Rundgren – Utopia non significa partire in nome di una fantasia stravagante e fondare una città da sogno. Non è così idealistico o fantastico perché non c’è nulla di idealistico o fantastico nella tua testa, che è l’unico posto dove si può trovare l’utopia. Tutto il tuo mondo è valutato attraverso il meccanismo del tuo cervello e il mondo fisico è limitato solo dalle tue capacità mentali. Se sei limitato mentalmente, il mondo fisico ti sballotta intorno. Ma se hai una capacità mentale o spirituale più elevata, puoi fare del mondo quello che vuoi”. Se sei limitato mentalmente anche il mondo discografico ti sballotta intorno. Si ama o si odia? Io questo Rundgren lo amo alla follia.
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