Recensioni

7.2

Ci vollero tre anni per dare concretezza alle attese innescate dal singolo Letter From An Occupant, che nel 1997 fece balzare sulla sedia più o meno tutto il Canada poppettaro. In effetti, si trattava di una traccia notevolissima, uno di quei congegni irresistibili che ti spediscono in orbita: il piglio surf solcato da chitarrine garage-wave, l’acida effervescenza dell’organo, l’hook malandrino di quei coretti. La trovate nel bel mezzo di Mass Romantic, album di debutto per i New Pornographers, distribuito alle nostre latitudini con colpevole e purtroppo non inconsueto ritardo. Dodici tracce di folgorante power pop allestito a partire da una evidente ossessione Beach Boys, che però – causa la pressione dei watt, le nevrotiche escursioni psych e il gusto disparato per le citazioni – trasfigura spesso e volentieri in altro, a volte in tutt’altro.

Come quando in Mystery Hours la postura glam diventa nel chorus un ibrido tra Xtc e i Def Leppard più ruffiani, benedicendo il tutto con un incredibile bridge di tastiera indiavolata. O come quando The Mary Martin Show folleggia tra veemenza Clash, gli immancabili Beach Boys e i Roxy Music della prima ora. Si consideri poi una certa crudezza energica e vagamente disperata – come dei Big Star senza buio – in The Fake Headlines, o lo strano connubio tra Robyn Hitchcock e Supertramp tra impudenze & evanescenze di Jackie, e soprattutto l'ascendente Pixies nella sghemba irruenza della conclusiva Breakin' The Law (organo e organino a cucire l’esuberanza delle chitarre) e nella gravità alleggerita di The Slow Descent Into Alcoholism.

Proprio quest’ultima sembra una delle caratteristiche ricorrenti del credo New Pornographers, costantemente impegnati a volgere il grave in leggero, a rendere potabile il veleno, a condurre la foga sul sottile sentiero della radiofonia “intelligente”. Ciò che vale per i contenuti (si scorrano titoli come Execution Day o Centre For Holy Wars) trova puntuale corrispondenza nella forma: basti prendere quell’autentico gioiello di The Body Says No, disputa estrema tra poppitudine ed energia, in cui l’ossessione Beach Boys raggiunge un acme adrenalinico e marziale. Due righe infine sulla traccia che apre e intitola il disco (vezzo che proseguirà nei lavori successivi), dove una verve La’s fa da alcova febbrile per la sensualità fiammeggiante di Neko Case, la sua voce che spande icastici influssi da pin up country, mentre le chitarre e l’organo ghignano aciderie sixties con una risolutezza che definisce subito lo spazio d’azione di tutto ciò che seguirà.

Un monumento alla pura capacità d’intrattenere del power pop. Con la spina (del cervello) attaccata.

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