Recensioni

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Il fatto è che ormai non ci casca più nessuno. A forza di gridare al lupo al lupo dalle pagine dei loro magazine specializzati, i giornalisti inglesi hanno innescato un processo inverso, di rifiuto, fatto di pregiudizi. Ormai alla prima avvisaglia di next big thing si fa a gara per correre ai ripari – indossando calzature in piombo e mutande di ghisa – e non sarà certo grazie ai Magic Numbers che si registrerà un’inversione di tendenza.

Non sarà grazie a loro, dal momento che questa doppia coppia di fratello-sorella che sta spopolando nel mondo anglosassone sembra avere le idee parecchio confuse e, dimenandosi come un anomalo ibrido senza capo ne coda, dimostra ancora una volta quanto certi meccanismi abbiano fatto il loro tempo.

Per il loro esordio comunque se la giocano tra psichedelia (nell’accezione più easy del termine) ed un soul d’accatto (Wich Way To Happy), in un calderone che più radio-friendly di così si muore (o si dovrebbe), e che quando non strizza l’occhio alla classifica quasi perde la ragion d’essere.

Il gruppo si pone infatti in ideale contrapposizione con band quali Hal o Thrills, ma dove gli uni si sono preoccupati – seppur con risultati altalenanti – di rendere alle sonorità tipiche della sixties west coast un egregio servigio, rinverdendone i fasti e omaggiandone la grandezza, gli altri si sono limitati ad attualizzare tendenze ed errori di artisti popolarissimi ma controversi. Gruppi come The Mamas And The Papas o Scott McKenzie. Coloro che hanno cavalcato l’onda del Flower Power finché tirava. Il folk-acido slavato di The Mule ne è la prova schiacciante.

E benché a questi ragazzi andrebbero concesse le attenuanti generiche, essendo in presenza di una band dotata di una comprovata abilità nel far confluire nelle loro canzoni, oltre a decenni di tradizioni di musica bianca, un pizzico di sana negritudine vocale, tutto viene reso vano dall’imbarazzante duetto di I See You, You See Me. Un brano buono per scolarette in amore che vale come una flagranza di reato. Un momento disastroso per l’economia dell’intero disco, che fa inevitabilmente pendere l’ago della bilancia dalla parte sbagliata. Solamente il solenne equilibrio dei soffici arrangiamenti della delicata This Love avrebbe potuto scagionarli, ma rimane un episodio lasciato pericolosamente da solo a reggere l’intero peso dell’accusa sulle proprie spalle, e la sentenza è inappellabile. Colpevoli.

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