Recensioni

6.9

La formazione a due, voce/chitarra (Holly Ross) e batteria (David Blackwell) ricorda i White Stripes, anche se lì i ruoli erano invertiti (voce e sei-corde al maschile e batteria al femminile) e ricoperti dai fratelli Jack e Meg, mentre qui la membership è formata da due coniugi. L’anno (2006) di fondazione dei Lovely Eggs, del resto, cadeva nel periodo d’oro del celebre duo punk/blues di Detroit.

I Am Moron – prodotto da Dave Fridmann (Flaming Lips, Mercury Rev, Mogwai, MGMT e Tame Impala) – è il sesto album in studio di questa scatenata coppia britannica di Lancaster, e arriva a due anni dal precedente This Is Eggland confermando l’ottima vena compositiva del marchio con dodici tracce che frullano space rock, psichedelia e piglio indie/noise con imprevedibile e invidiabile naturalezza. Una sorpresa, ma neanche tanto, per chi li conosce dai tempi di If You Were Fruit o di Cob Dominos. Perché sì, i Lovely Eggs hanno illuminato soprattutto l’ultimo decennio con disarmanti dimostrazioni di creatività che sembrano scaturire da una penna fertilissima in fatto di ritornelli catchy e vortici sonori asfissianti sostenuti da schitarrate lancinanti, urla animalesche, cambi di ritmo schizofrenici e un’invidiabile vis melodica unita a un piglio aggressivo esplicitato da quella pantera della Ross, sotto la cui suadente ugola si nasconde (ma mica tanto) il magma ribollente di una potenza atomica.

Sono imbecille, ammette il titolo del disco, ma sembra più un’ironica dichiarazione da elogio di una follia consapevole, per quanto sotto il vigile controllo di una mente in cui – evidentemente – prolifera il germe dell’estro, della genialità, dell’acutezza. Ne risulta, intendiamoci, un lavoro che non è nulla di particolarmente innovativo ma la cui integrità artistica è indubbia. Tutti i passaggi dell’album fanno centro senza troppi preamboli, forti di un’immediatezza dietro cui solo gli stolti non colgono la qualità che li sorregge. Dalle “uova amorevoli” escono sorprese già montate che non finiranno nella spazzatura. Ci si diverte a colpi di twee/power pop (Long Stem Carnations), così come di travasi intergenerazionali che pescano dai Blondie e ributtano nei Garbage (You Can Go Now), concentrati lo-fi di acceleratissimo garage/punk simil Strokes e affini (This Decision, Bear Pit, The Digital Hair), gospel/blues elettrificati (You Got The Bomb), chorus da sale gremite e puzzolenti di canne, birra e sudore (Still Second Rate) e rievocazioni pearljamiane altezza I Wish (New Dawn). Insomma, sarà una bella Pasqua, anche se in quarantena.

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