Recensioni

Gli undici brani stipati in Class, piacevole debutto dei The Lafontaines, brillano non per originalità ma per incisività. Attivi da cinque anni, soprattutto sul fronte live, i giovani musicisti di Glasgow hanno puntato tutto sulla reiterazione di un crossover “morbido”, capace di raggiungere un’audience trasversale, mix di rabbia sociale e incognite personali. La versione ufficiale vuole The Lafontaines seguaci della dottrina stradaiola di Notorious B.I.G. e discepoli dell’indeterminatezza sonora dei Biffy Clyro, ma il sound, tumescente e a tratti empio, ricorda dei Linkin Park più moderati.
Alle musiche vengono incorporati testi tutt’altro che caliginosi. Under The Storm non ha filtri e contiene sfoghi dall’effetto diaristico in bilico tra ribellione e invito alla controffensiva verso uno stile economico “in declino con il tempo”. Class, la title track, riaccende l’atavico scontro di classe, sia pure in sordina – sono echi lontani gli strali di Clash, Rage Against The Machine e The (International) Noise Conspiracy – ricordando che “tutti quei soldi non fanno un ricco”. Una sorta di propaggine dello stesso tema si ritrova in copertina, con uno scatto che acuisce i contorni del contrasto, ritraendo un busker dimesso e trasandato tra sfavillanti suppellettili di pregio. L’uomo, tale Brian ‘yad’ Yardley, è stato una “vera leggenda locale”, un artista di strada che, prima di lasciare questo mondo, si produceva in jam session per le vie di Wishaw (a pochi chilometri da Glasgow) con Jamie Keenan, batterista del gruppo con il quale aveva instaurato una singolare amicizia.
In quaranta minuti Class riporta gli affanni di una generazione che, prima ancora del domani, è impegnata a preoccuparsi dell’immediato, ma non rinuncia all’idea di una faticosa autodeterminazione. Cenni se ne ritrovano in apertura con Slow Elvis, sorta di stoner capace di adattare il contrasto tra l’orecchiabilità del ritornello e il climax forgiato dal rap di Kerr Okan. Le rime del cantante scivolano in un dedalo di messaggi, un ardito scioglilingua cavalcato con spavalderia e padronanza. Anche King svetta tra i brani più “up”, pur rasentando la monotonia in un suono che richiama certe vibrazioni tipiche del Nord Africa. Proprio in Marocco è stato girato il relativo video che ha messo nei guai i ragazzi, accusati dalle autorità locali di aver effettuato riprese senza autorizzazione. Una notte in cella, uno spavento e una storia da narrare arrivano in dote con questo primo clip ufficiale del disco. Tra i migliori episodi, anche Junior Dragon, a metà tra funk nervoso e punk squadrato.
Class è un album che rivendica indipendenza, che inneggia a nodi sociali ancora irrisolti e che grida le incertezze di una generazione. Il lavoro rilancia l’archetipo di una musica che si lascia ascoltare e che cerca di far nascere qualche domanda. Un buon debutto, una bella sorpresa dal mondo della musica indie europea.
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