Recensioni

6.4

Se esistesse una fabbrica di prodotti femministi, i Jezabels scorrerebbero sul nastro trasportatore pronti per essere impacchettati e commercializzati. La band australiana, molto apprezzata all’estero ma ancora poco in Italia, stilla nel terzo album Synthia tematiche e sentimenti legati alla sfera femminile, nel confronto tra gli aspetti uguali e contrari presenti nelle donne, da quelli più combattivi a quelli più fragili. Una tematica che sa di amaro destino, visti gli ultimi imprevisti che riguardano la cancellazione del tour a causa di un cancro alle ovaie della giovane tastierista Heather Shannon e di cui non si hanno notizie ulteriori, se non che la tosta musicista non ha intenzione di farsi demolire dalla malattia e dalle terapie. Un discorso, quello del femminismo, intavolato già dalla scelta del nome del gruppo – deriva da Gezabele, moglie del re d’Israele del IX sec. a.C., dipinta nella Bibbia come causa di tutte le discordie – e dal titolo dell’album, che riprende il nome Cinzia, prima epiteto della dea greca Artemide (della caccia, dei campi, ma anche della Luna), poi divenuto nome proprio in epoca romana. E ancora, il rimando al fantasma (musicalmente parlando, si fa per dire) di Cindy Lauper, modello di synth pop anni ’80 a cui guarda la frontwoman Hayley Mary. Con un coup de langue viene modificato in Synthia, riportandoci alla dimensione musicale: i sintetizzatori fungono da padroni di casa all’interno di un indie-rock deviato verso rotte pop e retromanie ’80 dark. Che la loro stessa definizione “intensindie” fosse un gioco o meno, ben si adatta a descrivere le atmosfere romantiche che si creano intorno alla voce dolce ma potente della magnetica Mary.

Dopo Prisoner e The Brink, ancora traballanti, con SynthiaJezabels si avvicinano a una grande coesione stilistica. Il cantato, che a livello timbrico si rifà in primis a personaggi come Kate Bush o Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins, si intreccia col borbottìo indefesso dei synth, continuamente in sottofondo. Non vengono dimenticate le chitarre, come quelle del brano Come Alive, in cui le suddette ci spingono verso il gotico, con una voce tanto dark da sembrare inizialmente simile a una Lana Del Rey nei suoi giorni più felici, per poi esplodere in un energico rock classico. Energia vocale che ritroviamo anche in canzoni come My Love Is My Disease, probabilmente l’hit dell’album, o nel ritmo magmatico di Unnatural. La commistione tra rock e synth riporta il nostro orecchio ai Coldplay, così come i vasti paesaggi creati con sonorità aperte e climax ascendenti. Non mancano brani downtempo a partire dalla romantica Smile, A Message From My Mothers Passed, Stamina, fino alla ballata Flowers In The Attic con un cantato quasi soffiato che sembra adagiarsi sullo shoegaze.

Tematiche femminili, si diceva, che si costruiscono sul significato di essere donna oggi in Smile, quando con l’inciso «you can whistle at me on the street where I am walking» “denuncia” situazioni esemplari che una donna può trovarsi a vivere nella vita, in continua oscillazione tra il ruolo di responsabilità matriarcale e la spinta alla libertà sessuale. Testi onesti, che richiamano (forse sfrenatamente) il modello femminile anni ’70. Un disco con alcuni brani orecchiabili e potenziali hit, altri molto meno memorabili, ma il risultato è omogeneo e solido, sintomo della crescita artistica della band.

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