Recensioni

Gli Stars Like Fleas sono un ensemble di base a New York costituitosi
intorno al 1998 e composto addirittura da circa una dozzina di
componenti stabili (i due fondatori Shannon Fields e Montgomery Knott e la neo promessa folk Sam Amidon) più altrettanti collaboratori occasionali (tra cui spicca il pianista Thomas Bartlett, già titolare dei Doveman).
Dopo aver pubblicato due album – il secondo dei quali, Sun Lights Down On The Fence(Praemedia Records, 2003), riuscì a catalizzare l’attenzione della
critica più specializzata grazie ad un’originale commistione di suoni
eterogenei molto sperimentale – i Nostri sono rimasti come in stand byfino al 2006. Anno in cui alcune nuove canzoni arrivano all’orecchio
del produttore Valgeir Sigurdsson (Bjork, Sigur Ros, Bonnie ‘Prince’
Billy e Mum) che invita la band in Islanda per completare le
registrazioni e il mixaggio.
Ecco così nascere The Ken Burns Effect:
un album difficilmente catalogabile, iconoclasta ed elusivo per natura.
Ma molto più accessibile rispetto al suo predecessore. Anche qui è una
stratificata alchimia di suoni più disparati – avant jazz, elettronica,
musica classica, prog, psych –, mischiati al loro approccio folk-pop di
base, a caratterizzare l’incedere dei brani, ma è un più curato e
protettivo approccio vocale a guidare l’ascoltatore, non facendolo
smarrire negli imprevedibili passaggi sonori. I paragoni più prossimi
sembrano essere quelli con gli Art Ensemble Of Chicago, gli Animal Collective, i 4 Bonjour’s Parties e i dEUS più sperimentali di A Bar Under The Sea,
ma molto più eterei, cervellotici e, paradossalmente, romantici. È
proprio questa dicotomia testa/cuore, razionalità/dolcezza, il metodo
alchemico utilizzato dagli Stars Like Fleas per sintetizzare i propri
intenti musicali. Le sospensioni pianistiche di Karma’s Hoaxfanno da sipario al disperato tentativo della componente vocale,
sommessa e indolente oltremodo, di esorcizzare le spettrali incursioni
violinistiche, in bilico tra ruvidezza e malinconia, immaterialità e
concretezza, buio e luce. Una lotta infinita, questa, che, dopo
ripetuti ascolti, finisce per ammaliare vorticosamente.
Così si passa
dalla marcetta folk-prog-pop di Berbers in Tennis Shoes, in cui vengono evocati simultaneamente Will Oldham, i Soft Machine e i flalsetti vocali degli Shudder To Think, alla disturbata solarità pop di I Was Only Dancing, indiscutibilmente il pezzo più immediato e riuscito del lotto, fino alla finale e lunghissima Some Nettlestutta improvvisazione jazz tra deliri di fiati, archi, piano e
percussioni, ma con un’improvvisa coda finale malinconicamente
drammatica infarcita di laptop e glitch.
Nonostante alcuni episodi fin
troppo autoreferenziali, The Ken Burns Effect risulta essere un album di difficile ascolto sì, ma molto, molto
interessante. Un sinusoidale viaggio sotto i mari dell’inconscio, dalle
più cupe profondità alle opacità luminescenti della superficie, dalla
quale emergere per un istante, riprendere ossigeno e continuare così
all’infinito. Romantica claustrofobica perversità.
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