Recensioni

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Due vinili a inaugurare una nuova etichetta, la Venti3 di Stefano Gilardino, personaggio di spicco dell’underground punk&post-punk italiano soprattutto con le sue pubblicazioni cartacee tra cui da ricordare indubbiamente La storia del punk edito da Hoepli, la bibbietta Shock Antistatico. Il post.punk italiano 1979-1985 (Goodfellas, 2021) e la monografia sugli Stranglers. Le coordinate dell’etichetta sono pertanto intuibili: Venti3 come la durata massima di un lato del vinile a 33rpm e quindi dischi incisi su un solo lato a caratterizzare la scelta ideologica della neonata label; ambito di riferimento prevalente, il punk nelle sue forme e manifestazioni più diverse come dimostrano i primi due volumi targati Twerks e Spectre.

I primi vengono da Sesto San Giovanni e hanno alle spalle un album e un ep (Kinky Boredom, 2016 e Rat Race, 2014) e alcuni cambi di formazione che hanno definito la formazione come trio, power verrebbe da aggiungere visto ciò che si ascolta in A Private Display Of Trouble. Infinitamente più melodici e solari rispetto ai sodali riescono a mescolare punk rock ’90 e power pop, non disdegnando slanci garage e venature rock’n’roll, tenendo perfettamente fede al nome che si sono scelti: si ascoltino gli intrecci vocali della title track e la botta in faccia sing-a-long vagamente ramonesiana dell’iniziale Lost Art Of Letting Go per comprendere che un certo tipo di musica, se ha il cosiddetto giusto tiro, non annoierà mai.

I secondi vengono da Como, nascono dalle ceneri dei Croutons, band con un paio di album alle spalle, e sono totalmente immolati a una forma di punk molto dark-oriented, che potremmo infilare in quella sotterranea linea che congiunge i Dead Kennedys ai nostri Horror Vacui passando per i Christian Death delle origini, i TSOL di Dance With Me e tutte le formazioni più aggressive passate per il palco di venues come il Batcave. Death rock, post-punk goth, dark punk-wave: insomma, si sarà capito che oscurità e rabbia, tribalismo e chitarre inacidite à la East Bay Ray, riverberi e ossessività sono le fondamenta di un disco che ha un solo, enorme difetto: dura troppo poco. Ovviamente si andrebbe contro l’idea all’origine della label ma pezzi come Boulder o Slave fanno venire voglia di premere ossessivamente il tasto repeat.

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