Recensioni

Beatles, Bacharach, indie pop e rock, folk da cameretta. Gli elementi base del Sondre Lerche cantautore e arrangiatore erano già tutti lì, in quel Faces Down che lo fece conoscere prima in patria (ancora diciassettenne) e poi al mondo nel 2002.
Poi il bello dei suoi album è stato il cambio d’abito, il vedergliene addosso sempre di nuovi: dal retrò orchestrato sixties di Two Way Monologue a quello con l’orchestrina jazz fifties di Duper Sessions, dal guitar pop anche muscoloso di Phantom Punch fino a una soundtrack gioiello come Dan In Real Life.
Con Heartbeat Radio, il ragazzo fermava la corsa cercando di consolidarsi al grande pubblico: azzeccava Like Lanzeby ma mostrava pure i primi segni di compiacimento (Tell Me What You Think About This Song), falliva il salto commerciale decisivo in un album comunque generoso e piroettante.
Ora tocca a un self-titled autoprodotto chiarirne le sorti. Realizzato con la collaborazione del batterista dei Midlake McKenzie Smith, il produttore Kato Ådland, il batterista degli Jupiter One Dave Heilman e con la co-produzione e il mixaggio di Verhnes Nicolas (Spoon e Animal Collective) il disco rappresenta esattamente quello che un percorso come il suo richiedeva: un ritorno, un sunto, un momento di raccoglimento da cameretta con pretese universali.
Sono sempre le solite canzonette d’amore cantate con l’occhio beffardo, ma Sondre riesce ancora a farcele scivolare addosso come coscienza collettiva e grazia invidiabili (l’indie-pop Nevermind The Typos, la ballad cinematica post-Beatles, Coliseum Town), o con una normalità che, a ben guardarsi in giro, tanto normale non è (la serenata agrodolce Red Flags – con il ritornello da ricordare “I saw you on the roof tonight”, l’impasto spacey-diesis della indie-pop Go Right Ahead) scivolando soltanto raramente nella cornucopia o in passi falsi (Living Dangerously, Private Caller).
Mai come in queste canzoni il norvegese ha abusato del tipico confidenziale off-key e insistito sui diesis. C'è un piano pericolosamente sul punto d’inclinarsi nella tracklist: un altro passo e l’effetto sarà a catena (come ci canta nella splendida Domino), giusto un po’ di vento in più e inizierà la tempesta (il finale di Tied Up To The Tide, un blues Lennon con accenni al primo Kravitz). Nessuna sorpresa visto che Sondre Lerche inizia con una ballata dalla coda à la A Day In The Life (Wouldn’t it be nice if we were close / Pretending that the war could kill the ghost / Maybe I could operate / But I’m done that’s not breakin’ news… …Hard to make believe nothing means anything to me).
Guardate la foto in copertina. Sondre ha dedicato quest'album a se stesso. Ciò che era e probabilmente a ciò che non sarà più.
(mentre vi scriviamo l'album è uscito per il mercato norvegese e americano su Mona Records. Verrà pubblicato soltanto a settembre in Europa in una co-produzione Mona/Tellé)
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