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Ci sarà anche la spiaggia hawaiana in copertina, bagnata in acidissimi colori anni Settanta, ma la voce da gatta di Simone White continua a esplorare un mondo brumoso e in chiaroscuro che poco sembra avere a che fare con l’arcipelago natio.  Fin da bambina in contatto con un ambiente familiare propenso all’arte, Simone White ha conosciuto un crescendo di popolarità, sempre di nicchia e tra gli addetti ai lavori più che tra il grande pubblico indie. Una triade di album, di cui Yakiimo del 2009 era fin qui da considerarsi l’opera più compiuta, è arrivata mentre intesseva un giro di amicizie (Calexico, Lampchop tra gli altri) e di esperienze in giro per il mondo.

Tutti echi di uno stile eclettico che Simone ha introiettato si sentono anche in questo quarto disco, caratterizzato più che da un piglio davvero pop, come le colonne sonore di spot televisivi farebbero supporre, ma piuttosto cameristico. Un folk colto, tanto devoto alla tradizione di Vashti Bunyan (StarFlowers In May) quanto alle contaminazioni world (la titletrack, ama anche What The Devil Brings e The Water Where The City Ends), il canone vocale (Long Moon), ma anche flirt più che riusciti con il drone ambient (Bonnie Brae che ricorda addirittura Julia Holter).

Inframmezzati da bozzetti spesso solamente musicali ora bucolici, ora distopici e lunari, i brani della White raccontano di una personalità oramai più che matura, baciata dai cromosomi che le hanno donato una voce di velluto particolarmente espressiva e una capacità di dare un proprio segno distintivo all’ombra di quell’Arthur Russell che già si citava quattro anni fa. In poche parole: una poetica e un’estetica. Di questi tempi è roba da cinque stelle lusso.

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