Recensioni

7.5

Una volta debuttata On The Death Of The Waters, sembra esser capitati davanti a una nuova versione di Exit music (for a film): voce sussurrata neniosa, piano di sottofondo, incedere culminante in acuti. Tutto
termina con la conclusione del testo, con le parole “that wave rises
slowly and brakes”, poi la rottura, l’esplosione che determina anche il
distanziamento dai lavori precedenti del sodalizio Shearwater. Un
intero minuto strumentale che raggiunge lirismo e ariosità, per
riacquietarsi con un mesto assolo di pianoforte e mettere la parola
fine al brano.

Cosa c’è di nuovo, cosa rimane delle
esperienze precedenti. Lo si ritrova sin dalla prima traccia, lo
s’identifica già da questo punto.

Rookè lavoro meno pacato dei suoi predecessori: vive sulle numerose
“vampate” strumentali, sui vagheggiamenti accalorati che fungono da
spartiacque tra distinti momenti delle composizioni. Quasi tutte le
canzoni godono d’intermezzi svettanti costruiti su archi e ritmiche.

La cura degli ambienti sonori rimane inalterata, situazioni fini, eleganti fanno da contraltare a saliscendi emotivi.

La voce di Jonathan Meiburg è più poetica che mai (I Was A Cloud), appare, a volte, del tutto inaccostabile al suo (ex) alter ergo degli Okkervil River. Ed è quindi cosa fatta mettere sul piatto (con le debite distanze) i nomi dei Buckley.

Ma Rook gode anche di momenti “altri”. Sotto una copertina “ornitologica” e
tanto ispirata si nasconde in se un tema, tanto in voga negli ultimi
tempi. Natura e uomo, partorito durante un viaggio alle Falkland,
lontani da facezie moderne. Il disco vorrebbe parlare “dell’intersezione
tra l’uomo e il mondo naturale: l’uomo, il cacciatore e la natura, la
preda; l’estinzione delle specie animali e vegetali; come apparirà il
mondo una volta che l’uomo si sarà estinto”
. Inutile sottolineare come i testi ci riescano alla perfezione.

Il passaggio alla Matador, poi, ha reso meno “sommersi” i suoni e gli arrangiamenti, spostando l’attenzione sul ritmo (Lost boys),
piuttosto che sulla profondità. Il risultato è qualcosa di ben più
immediato e assimilabile (Century eyes) rispetto al passato.

Un disco“facile”, per quanto facili possano essere dei lavori degli Shearwater, che sa di Talk Talk, di American Music Club sino a spingersi verso sentori lontani di Joni Mitchell. Il loro migliore album, uno dei migliori di quest’anno.

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