Recensioni

7.2

Occhi aggrappati al cielo, barba da biker e rughe profondissime a solcargli il volto mentre nervosamente trattiene i demoni di scure e personalissime ballate. È questa la fotografia in bianco e nero scattata a Seasick Steve, lupo della steppa originario di Oakland che sembra venuto fuori dalla penna di uno scrittore della beat generation, e che diresti capace di sorreggere il peso di centinaia di vite. Dopo esser stato letteralmente all’inferno, ora cerca redenzione in questo Keepin’ the Horse Between Me and the Ground, album numero otto descritto come «esaltazione dell’essere vivi, mantenersi forti, ed amare ogni minuto della propria vita», e non riesce difficile crederlo vista la mole di suoni e parole spesi (ben venti pezzi spalmati su un doppio album uscito per la personale There’s A Dead Skunk Records). Ad accrescerne ulteriormente l’aura mistica anche una recente biografia non-ufficiale scritta da Matthew Wright (Seasick Steve: Ramblin’ Man) e solo parzialmente riconosciuta da Steve, viste anche le poche note biografiche rintracciabili in rete.

Ma l’uomo che ha «sempre il mal di mare» (da qui lo pseudonimo Seasick) è abituato a fare tutto con proprie regole, così decide di dedicarsi anima e corpo alla produzione e stesura del disco raggiungendo un risultato – per quanto controverso – degno di nota. Keepin’ the Horse Between Me and the Ground è una belva allo stesso tempo emotiva e furiosa; una quercia robusta spaccata in due: il blues luciferino della prima decade racchiude l’animo roots di Steve, quello proveniente dalle ceneri di John Lee Hooker (Walkin Blues), Jimi Hendrix (nella title-track) e che giunge a sconfinare addirittura nei Doors o, perché no, negli ZZ Top (Gipsy Blood) ed affini. In questa lotta con Lucifero il Nostro affina le sue armi migliori e sfodera tutto il suo repertorio unico ed inimitabile: il diddley bow suonato col cacciavite, la chitarra a tre corde con accordatura sfalsata, oltre alla fedele stomp box (piccola scatola percussiva di legno), a testimonianza di un indomabile spirito da busker mai accantonato. Prima di riporre nella custodia la prima facciata di Keepin’… c’è ancora tempo per la fuga bluegrass di Grass Is Greener, le vibrazioni tribali di Don’t Take It Away e i primi cedimenti da folk-writer di Lonely Road.

Se la prima parte è utile a dar ristoro agli affamati di sangue e polvere, nel secondo nucleo c’imbattiamo in un musicista diametralmente opposto, incline all’introspezione e disposto a mostrarsi finalmente inerme di fronte all’ascoltatore: prendete la cristallina delicatezza di Hard Knocks e vi ritroverete a scandagliare l’animo di un uomo che ha lottato ed incassato colpi per riuscire a ritagliarsi il proprio angolo di paradiso tra le fiamme dell’inferno. Il mood resta costante in questa parte d’universo dove regna un suono acustico caldo e rassicurante; un folk denso da veranda al tramonto, dove l’euforia noise dei primi dieci brani è solo un lontano ricordo. Qui il Nostro si concede il lusso di assestare tre ottime cover: Gentle On My Mind di Glen Campbell, Everybody’s Talkin’ di Harry Nilsson e Signed DC di Arthur Lee, oltre ad una versione ri-arrangiata di Walkin’Man, mentre tutto continua a crollare e ad oscillare fra universi ebbri del Neil Young più scuro (Maybe I Might) o lo Springsteen di Nebraska (I’m So Lonesome), ultimi episodi di un viaggio estenuante eppure necessario.

In Keepin’ the Horse Between Me and the Ground non troverete intenti rivoluzionari o desideri d’innovazione, anzi il canovaccio vi sembrerà tra i più rodati, e magari giungerete alla conclusione che, in fondo, questo era l’unico modo che aveva Steve per mostrare quell’irrequietezza d’animo che ha sentito il bisogno d’imprimere su disco. Forse più che da un’autobiografia romanzata sarà necessario (ri)partire proprio da qui per raccogliere brandelli di vita e provare a stabilire un contatto concreto con questa fiera dagli occhi severi ma sinceri.

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