Recensioni

Claudia Deheza (delle On! Air! Library!) è uscita dal gruppo, lasciando alla gemella Alejandra e Benjamin Curtis (ex-Secret Machines) il compito di licenziare il terzo atto della vicenda School Of Seven Bells. I due reduci (conosciutisi insieme alla collega persa mentre suonavano da spalla agli Interpol con le rispettive band) cercano di ripescare l’approccio elettropop tastieristico – con vocalità dilatate – già sperimentato in Disconnect From Desire, provando ad attualizzarlo con stratagemmi ritmici che occhieggiano agli ultimi due decenni.
Il risultato è forse ancor più deludente dell’album precedente, per motivi simili a quelli che già lamentavamo, a cui vanno a sommarsi piglio dispersivo e opacità di alcuni momenti. Il motore del tutto è la voce eterea di Alejandra, e l’allestimento eighties predisposto da Curtis. La formula esce dai binari solo quando si testano annusate dubstep (ruffiano che manco Skrillex) in Love Play, oppure la cassa dritta e strutture al punto Arcade Fire in Lafaye. Fanno meglio quando vanno dritti verso la meta (Low Times, dove sembrano avere più in testa l’obiettivo da raggiungere), cioè vivacizzare con la drum machine (White Wind) il formulario delle sette campane. Purtroppo è un’eccezione, non una regola. Non solo: ciò che manca – non tanto per i richiami Cure, quanto per l’approccio dei musicisti – si riassume in una parola sola: leggerezza.
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