Recensioni

Tanto tempo fa, al tempo del fulminante primo disco, i Massimo Volume cantavano “Un sapore, tutto qui / Qualcosa appiccicato sulle pareti della gola / Che ti fa aprire e chiudere la bocca / Aprire e chiudere la bocca in continuazione”. Beh, quello che ci resta in gola dopo aver ascoltato l’esordio dei Sapore e che ci fa “aprire e chiudere la bocca in continuazione” è un sapore acidulo, metallico e insieme zuccherino: quello che esce dalla forza del groove schizofrenico e adrenalinico sprigionato da questo power trio proveniente dalle Marche marce.
Di mezzo c’è un ex Sedia e Gerda, ovvero Alessio Compagnucci al basso, alla voce Maddalena Guerri, mentre dietro le pelli troviamo Nicola Pronio e a dar manforte con synth, chitarra e percussioni Charles Rowell già con Crocodiles e The Plot To Blow Up The Eiffel Tower. Notizie poche, quindi tutto intuibile e non verificato, perché i ragazzi preferiscono far parlare la musica più che i comunicati ed è bene così, visto che l’urgenza che sprigiona da questo Tigri Contro Alieni merita tutta l’attenzione e il coinvolgimento possibile.
Dub-post-groovy-punk suonato con piglio insieme incazzato e scanzonato, che riprende le fila del discorso funk-bianco che fu di certo post-punk primigenio (una Fuori dal fossile che è puro Slits/Raincoats attualizzato al climate change) e anche del fenomeno p-funk d’inizio millennio di cui eredita rispettivamente l’assalto al fulmicotone – la noise-wave a forte propulsione ritmica di Drive o di Tigri Contro Alieni che a un certo punto diventa una sorta di samba-noise infernale, ipnotica e posseduta da demoni bambini – e le atmosfere apparentemente giocose: la voce infantile di maddalena nell’opener Bon Ton, pezzone-centrifuga con schizzi di Sonic Youth era Dirty (un frammento da Youth Against Fascism, che ci pare cosa buona e giusta ribadire oggi) intrappolati in un groove dub/wave storto e ritmicamente ipercinetico.
Altrove le cose si incupiscono e la tensione sale, come in quella specie di Lightning Bolt goes acid-psych di Sacrificio, oppure si disfa totalmente, lasciando solo spettrali rimasugli dubbosi di ciò che si è detto sinora (Lizme) prima della catarsi finale, ma la sensazione di coesione resta tale dall’inizio alla fine di un album con pochi pezzi, solo 6, ma piuttosto articolati e tutti da almeno 5 minuti.
Disco in apparenza semplice ma in realtà complessissimo tra rimandi, input, citazioni, riprese che centrifugano e dilatano suoni e visioni che trasversalmente hanno segnato gli ultimi boh, trenta? quaranta?, anni in una costellazione di riferimento che dalla banda dei quattro arriva fino ai Rapture, passa per il dub bianco trattato da Liquid Liquid o ESG, tocca le schizofrenie post art-wave tipo Liars, ricorda Q And Not U o Black Eyes ecc ecc. Ma fidatevi, qui è tutto introiettato, digerito, frullato e risputato fuori in maniera più che personale. Ultima nota di merito: non solo musiche belle ma anche incastonate in edizioni viniliche di extra-gusto serigrafate e affidate alle illustrazioni clamorose di Marco Quadri di cui la copertina non è che un minimo assaggio.
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