Recensioni

7.1

È di Arthur Russell – e non ci sono più dubbi – il santino consumato al quale Perri affida sempre più le proprie preghiere musicali. Accanto al folk dell’EP d’esordio Plays Polmo Polpo in cui rileggeva in chiave acustica brani della band in cui ha militato e l’incursione dell’elettronica (Tiny Mirrors) nel suo universo compositivo, gli indizi del suo amore per il compositore newyorchese sono stati sempre evidenti: il progetto mutant disco Glissandro ’70 (come i Dinosaur L?), quella Kiss Me Again firmata proprio dai Dinosaur L e coverizzata e stiracchiata fino a 28 minuti come Polmo Polpo e la spazialità – intesa proprio come concetto fisico di spazio che determina rapporti nella musica – dell’ultimo lavoro solista, quel Impossibile Spaces che oramai risale al 2011.

Per questa nuova uscita, appropriatamente ancora una volta sotto l’egida Constellation di Toronto, Perri completa il cerchio con – di fatto – due soli brani. Il primo è la lunga suite di 24 minuti che dà il titolo al disco: echi del David Byrne terzomondista, dell’Eno ambient (fin dalla scarna copertina) e kraut organico, senza però staccarsi mai del tutto da una flebile vena rock che attinge al sotterraneo dei Settanta. Collegamento con l’indie, specialmente canadese, che è esplicitato dal secondo brano, Everybody’s Paris, classica song, proposta in tre versioni diverse (come hanno fatto a volte i conterranei Broken Social Scene e come era uso fare, appunto, tra Sessanta e Settanta dello scorso secolo): una è affidata alla voce dell’autore, la seconda a Andre Ethier dei Deadly Snakes e la terza a Dan Bejar aka Destroyer. Ne viene fuori un piacevolissimo album, forse non all’altezza del predente Impossibile Spaces, ma da considerare per l’autunno incipiente.

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