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Il nuovo disco di Ryland Peter Cooder, ai più noto come Ry Cooder, inizia con la cover di Straight Street dei Pilgrim Travelers. E il mood dell’intero disco è a suo modo stabilito: un dolce cullarsi nelle songs di un America rurale, che (r)esiste alla modernità e che teme ancora il Diavolo, ma ama tanto il suo Sweet Jesus. Tutto sembra sia iniziato durante il tour che il chitarrista fece suppergiù tre anni fa in compagnia di Ricky Skaggs, più precisamente quando Ry decise che era giunto il tempo di riprendere in mano le vecchie canzoni ascoltate da ragazzo; e allora via, a smanettare con YouTube (a proposito: una delle canzoni che ascolterete si intitola The Googlemen Are Coming Downtown), che sembra fatto apposta per certi recuperi con la lacrimuccia.

The Prodigal Son, dunque, è un lavoro mezzo-e-mezzo: nel senso che qui il materiale scritto da Ry si mischia con le suddette songs-di-formazione. Risultato: uno zibaldone country-gospel, salottiere anzichenò, che respira soprattutto grazie al gran mestiere che al nostro uomo non difetta. Le canzoni, prese dal canzoniere dei Pilgrim Travelers, degli Stanley Brothers, di Blind Willie Johnson o scritte da Ry Cooder medesimo, scorrono le une dopo le altre, formando una specie di flusso di coscienza magico, a suon di gospel, blues e folk sudisti. Messa giù così, la faccenda non sembrerebbe poi malaccio. Invece no: The Prodigal Son è il disco di un settantenne nostalgico, e si sente. Potrà anche dispiacere quello che sto per dire, ma la formula sonora del buon Ry, che spesso e volentieri ha mostrato la corda nei suoi dischi più traditional, si è ormai trasformata in una forma di intrattenimento aor-roots per rimbambiti all’ultimo stadio. Il Ry che conta, e quel che più conterà anche in futuro, è quello di partiture metafisiche tipo la mitica colonna sonora di Paris, Texas (anno di grazia 1985). Ovviamente, anche il versante roots ha (avuto) i suoi picchi: Into The Purple Valley, del 1972, è uno di questi.

Però però… ascoltare oggi la voce piagnucolosa di Ry in Harbor Of Love, per citare una sola canzone del nuovo disco, ti mette addosso più noia che nostalgia. E anche i numeri più smart, tipo Jesus And Woody (che snocciola un dialogo fra Gesù e Woody Guthrie) affogano nelle buone intenzioni e mettono in primo piano quello che è sempre stato il vero difetto della musica del tardo Ry, ossia l’abbandonarsi qui e lì a certi compiacimenti un po’ troppo patinati e carucci, e ammiccanti all’aor e tutto quanto. Riassumendo: il disco farà gridare al miracolo i rycooderiani più incalliti, lascerà perplessi coloro che lo ascoltano per la prima volta, farà girare le palle a chi ne conosce a fondo l’arte e sa che Mr Cooder sa osare e che ‘sta nostalgia da divano non gli rende di certo un bel servizio. Amen, e così sia, brothers and sisters.

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