Recensioni

Pianista, produttore e sideman di riconosciuto valore, Robert Glasper può essere considerato un po’ l’argonauta di questa revancha acid-jazz degli ultimi anni. Tre Grammy Award in saccoccia (uno ciascuno per i due capitoli di Black Radio e uno in condivisione con Kendrick Lamar per These Walls), il musicista è riuscito a donare con ottimi dischi e con produzioni di notevole fattura (è stato anche produttore della colonna sonora di Miles Ahead), nuova linfa ad un genere, l’acid jazz, che sembrava sepolto nelle pieghe del tempo. Sarà per il rinnovato interesse delle nuove generazioni per il jazz, sarà per l’esplosione del suo omologo in terra d’albione Kamaal Williams, sta di fatto che questo sottogenere, molto spesso bistrattato, sta vivendo una seconda giovinezza.
Come sublimare al meglio il ritorno ruggente dell’acid? Semplice, mettendo su il collettivo R+R=Now. Supergruppo come quelli che negli anni settanta spuntavano ogni due per tre, gli R+R=Now possono contare tra le loro fila gente come Terrace Martin (sodale di Glasper nei Pollyseeds), Taylor McFerrin (figlio del grande Bobby), il trombettista Christian Scott aTunde Adjuah, il bassista Derrick Hodge e il batterista Justin Tyson. Tutta gente con le mani in pasta. Ispirati nel nome da una famosa dichiarazione di Nina Simone (Glasper ha curato anche parte della colonna sonora del documentario What Happened, Miss Simone? di Netflix) dove R+R sta per Reflect+ Respond=Now e che dovrebbe essere il dogma di qualsiasi artista (riflettere il tempo in cui si vive), e nella forma dai progetti di Hancock era Sextant, gli R+R nonostante tutte queste belle premesse non riescono nel corso di Collagically Speaking a piazzare il colpo decisivo, quello del knockout. Come molti superorganismi prima di loro, i doppia R soffrono dei troppi individualismi al loro interno, risultando in più di un passaggio letteralmente scollati l’uno dall’altro.
E dire che di carne al fuoco ce n’è in abbondanza, come la qualità dei personaggi coinvolti (che non viene mai messa in dubbio), che in alcuni casi emerge prepotentemente come nei quasi dieci minuti di Resting Warrior o in The Night in Question, ma che in altri rimane totalmente inespressa come nel caso di Awake To You, deboluccio scimmiottamento di J Dilla. L’impressione di fondo è che quest’album, nonostante tutto l’arsenale messo in campo, sia una sorta di compitino, molto ordinato per carità, ma pur sempre un compitino. Un’opera prima, certamente, ma visto l’elenco di nomi e le forze coinvolte, ci si aspettava decisamente di più.
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