Recensioni

Dall'acerbo, avventuroso esordio in coppia con il dj John Ward a nome Sub Dub (1993; tra i protagonisti della scena soundscape/"illbient" di metà anni Novanta), al debutto come Badawi e alle sperimentazioni insistite su un dub etnico, percussivo, collagistico e iterativo (Bedouin Soundclash, 1996), fino ai dischi elettroacustici/classico-contemporanei pubblicati su Tzadik (che cercano di mettere assieme folk del Medio Oriente e contemporanea europea), il lungo – 18 dischi finora – percorso di Raz Mesinai (Gerusalemme, 1973) si è fatto sempre più complesso, ma anche meno dispersivo, più affinato, focalizzato.
Axiom ne sintetizza la visione dubstep, riuscendo nell'impresa di proporre una – chiamiamola così – "ambient da dopo-bomba", sporca e noise (tra radici electro, nuovo camerismo e desolazione dubstep; Demdike Stare, Vex'd, Richard A. Ingram), che non sia pensata esclusivamente per gli audiofili o gli esoteristi specializzati e che metta di nuovo sul tavolo l'elemento pulsazione.
Questi cinque pezzi (più due remix della title track a opera di Andy Stott e Vaccine, in chiave deep) parlano con gli echi del dub e si nutrono di un'ossatura techno superminimale, dipingendo scenari urbani da contatore Geiger, tutti polveri sottili, sirene e radar. E trovando nella traccia conclusiva, Anlan 7, la loro massima espressione, squassata da bordate dubnoise.
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