Recensioni

Che cos’è psichedelia oggi? Chiedetelo a Ray LaMontagne, più di uno fra i tanti songwriter disseminati per il continente americano; un cielo lavanda, un sole da cogliere e un “ti ricordi quando ci siamo sentiti in quel modo?” dilatato negli effetti sul tono vocale, espanso dallo stumming dell’acustica e nel riff dell’elettrica (Lavender). Sono i suoi Beatles, il suo Donovan, i suoi Mamas & Papas.
Ray è nativo di Nashua, New Hampshire, è figlio d’arte anche se non avrebbe mai voluto esserlo visti i cattivi rapporti col padre fin dalla tenera età. Dopo gli studi si trasferisce a Lewiston nel Maine e inizia a lavorare come uno schiavo per una fabbrica che produce scarpe. Una bella mattina, prima della sveglia del gallo, riceve in dono la buona novella via radio: Treetop Flyer di Stephen Stills, ed è subito amore. Decide di dare una sterzata ad una vita che era diventata come un grosso treno vuoto in fuga verso il nulla, donandosi in tutto e per tutto alla musica.
E ancora viene da chiederci che cosa sia country jazz oggi, “seduto a Landis Hill, fissando Beverly Hills, ognuno si muove così velocemente, ti senti quasi come parte di un passato” (Airwaves); vi risponderà sempre lo stesso barbuto quarantunenne con l’aplomb di chi conosce il palco quanto le strade percorse. E se poi volete sentire una bella canzone rock scritta come ai vecchi tempi, dovrete ascoltarvi Julia o Supernova, brani che regalano testi scolpiti per chi li vuol tradurre e tormentoni per giorni e giorni. E non finisce qui: “Sono stato un salvatore, un sacrestano, uno straniero/ferito dalla rabbia/bruciato dalla legge/sperso come nient’altro” è la prima strofa di Ojai. Come non rimanerne innamorati?
Ray è al quinto lavoro in studio, con Dan Auerbach dei Black Keys in produzione (oltre che su vari strumenti fra chitarre, basso e mellotron), il cantautore Richard Swift alle percussioni e ai cori, Leon Michels al piano Wurlitzer, glockenspiel e harpsichord. Solo per fare alcuni nomi. Oggi Ray gioca di marezzato e imperla di curatela produzione e arrangiamenti, forse fra i migliori dell’anno in ambito country-folk, quando in passato propose ruvidezza pastorale (Trouble), grinta sociale stile southern soul (Gossip In The Grain) e un esemplare di stile come pochi, di quelli che si sentono una volta in due lustri, quattro anni fa (God Willin’& The Creek Don’t Rise).
Un portato soprattutto delle sue abilità vocali, che prendono d’infilata ogni insicurezza, e della sua scrittura così pregna di stati d’animo narrativi. Supernova rammenta le migliori stagioni del cantautorato stagionato fra i due oceani, senza cadere mai nel autoindulgenza e mostrando meglio il colore degli occhi quando si deve e quando si può.
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