Recensioni
In Italia siamo stati per parecchi anni capofila in alcuni generi cinematografici anche perché a un certo punto detti filoni, invece di esaurirsi come sarebbe stato naturale, si sono rinnovati aggiungendo alle loro caratteristiche la componente comica. Per esempio il neorealismo, che in origine era un genere drammatico, con Pane, amore e fantasia e Poveri ma belli aprì alla risata e da lì nacque la commedia all’italiana che, con le dovute proporzioni, resiste ancora oggi. Oppure nello spaghetti-western, molto in voga negli anni ’60, verso la fine del decennio irruppero Bud Spencer e Terence Hill, così alle pistole si sostituirono i cazzotti e nacque il fagioli-western. O ancora, il poliziesco all’italiana dei ’70: con l’arrivo di Tomas Milian divenne sboccato e cominciò a farci sganasciare. Stranamente, invece, l’horror da noi non ha mai fatto ridere, e infatti abbiamo smesso presto di farne nonostante uno di quelli più apprezzati abbia come titolo La casa dalle finestre che ridono.
Dieci anni prima di Regalo di Natale Pupi Avati, regista trasversale come pochi, si cimenta anche lui col cinema “di paura” regalandoci una piccola perla. Il film del 1976 con Lino Capolicchio può definirsi un caso scuola dell’horror all’italiana, dove all’elemento gotico di fattura nordeuropea si affianca quello popolare e folcloristico nostrano allo stesso modo di quanto, quattro anni prima, era avvenuto con il giallo Non si sevizia un paperino. La pellicola di Avati non è ambientata nel sud Italia bensì nella pianura emiliana, ma trasuda ugualmente territorio da ogni frame, dando la sensazione fisica di trovarsi in quelle umide e assolate spianate, facendo quasi provare sulla pelle il senso di caldo appiccicoso che in certi momenti dell’anno caratterizza le zone della Bassa padana a ridosso del delta del Po.
Nondimeno il film, ambientato all’inizio degli anni Cinquanta, è gravido anche di quella religiosità cattolica arcaica, preconciliare, che nel nostro paese era spesso ossequiata ai limiti della superstizione, specialmente in provincia. Non solo, nell’opera entra anche la passione di Avati per l’arte e segnatamente la pittura, dal momento che l’intera vicenda ruota attorno al restauro di un misterioso affresco raffigurante il martirio di San Sebastiano (curiosamente la figura del restauratore e l’immagine del santo ricorreranno anche in un altro film di Avati, La rivincita di Natale) rinvenuto in una chiesetta della campagna circostante Comacchio, il piccolo comune lagunare del Ferrarese. L’effigie è particolare perché realizzata da un artista del luogo morto suicida vent’anni prima e famoso come il “Pittore delle agonie”, dal momento che i soggetti delle sue opere erano persone morenti ritratte utilizzando modelli in carne e ossa mentre esalavano gli ultimi respiri. Le persone morenti, però, non crescono sugli alberi ma c’è bisogno di qualcuno che te le procuri…
Alla buona fede del protagonista, uno specialista in ristrutturazioni di opere d’arte chiamato a mettere mano al dipinto e che ben presto scopre l’inquietante storia che si cela dietro quella rappresentazione sacra, si contrappongono l’ambiguità e l’omertà dei personaggi di contorno, gli abitanti del paese tra cui spicca il compianto Gianni Cavina (attore feticcio di Avati la cui più grande interpretazione sarà quella dell’amico “infame” di Diego Abatantuono nel succitato Regalo di Natale). Ma soprattutto allo sgomento e al crescendo di tensione si contrappone la solarità delle location, pur temperata da angoscianti riprese in notturna oppure indoor, queste ultime quasi sempre ambientate in interni fatiscenti e diroccati. Il chiaro contrapposto allo scuro, un contrasto da sempre vincente nel cinema noir (si pensi a capolavori come La fiamma del peccato, Viale del tramonto e Chinatown, che avevano tutti come sfondo l’assolata California) ma anche nel gotico all’italiana di maestri come Mario Bava, Lucio Fulci, Sergio Martino e Dario Argento.
L’inquietudine monta sequenza dopo sequenza fino al colpo di scena finale, sorprendente anche dopo quasi cinquant’anni. Un anonimo centro emiliano diventa quindi il centro del Male. Cattiveria e sadismo sono le cifre dominanti immerse in un mood agreste, sonnacchioso, sornione. La malvagità della provincia, silente, abbandonata, tutt’altro che bucolica e innocente ma pregna di misteri, segreti, bugie e depistaggi. Un Avati politicamente scorretto confeziona, con una sceneggiatura firmata anche da suo fratello Antonio, Maurizio Costanzo e lo stesso Cavina, un horror sociale sulla scia di alcuni coevi registi americani (Tobe Hooper, Wes Craven, David Cronenberg e John Carpenter) che nei 70s ci spiegano che la perfidia non abita (solo) la metropoli ma si nasconde anche, se non soprattutto, nelle piccole comunità rurali, ipocrite e marce nelle fondamenta, comunità popolate anch’esse da reietti che non possono nemmeno dirsi scarti della società poiché nella società, a ben vedere, non hanno mai neanche tentato di entrare. In fondo il fatto che il film sia ambientato nell’Italia di venticinque anni prima cambia poco la sostanza. Geograficamente non siamo troppo distanti dai luoghi pastorali raccontati da Fellini in Amarcord (in una delle scene iniziali, appesa al muro compare anche una stampa incorniciata di un transatlantico) ma qui non c’è nulla di idilliaco, solo paura e dolore.
Al netto dell’horror fantascientifico Zeder (1983), ci vorranno diversi decenni prima che Avati torni a cimentarsi con il genere. Il signor Diavolo (2019), con ancora Capolicchio e Cavina nel cast, non farà che ripetere i passi del film oggetto di queste righe. Come horror di provincia siamo rimasti là, ma in fondo sarebbe già tanto se qualcuno volesse riprendere il filo.
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