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8.5

Uno degli argomenti di discussione preferiti al bar dei nerd musicofili, in quel Pleistocene in cui cose come queste sembravano assolutamente fondamentali, era: “quale è stata la prima rock opera della storia?”. Dopo aver premesso che “rock opera” – una storia raccontata lungo il corso di un album intero – è diverso da “concept album” (poi una volta che abbiamo tempo spieghiamo perché) e quindi venivano subito tagliati fuori, che so, Sgt. Pepper’s o The Kinks are the Village Green Preservation Society, il primo della classe alzava la mano e esclamava “Tommy!”, seguito dal kinskiano di ferro che sbatteva la birra sul tavolo e sbraitava “Arthur!”. Dopo di che c’era quello che la sapeva lunga che puntualizzava: “Naaah, è S.F. Sorrow dei Pretty Things”. Infine arrivavo io, pedante fino all’inverosimile, a sostenere le ragioni di The Story of Simon Simopath dei Nirvana, un duo greco-irlandese con un particolare talento nell’avere intuizioni per cui altri sarebbero diventati qualche miliardo di volte più famosi di loro.

Probabilmente ci sarà qualche esempio ancora più antico, ma non è così importante alla fine. Chi è arrivato primo conta fino a un certo punto. Se parliamo di bellezza della musica, fluidità narrativa, qualità delle singole canzoni, non c’è gara: a vincere sono i cari vecchi Pretties con il loro audio-novel dedicato alla vita non proprio allegrissima di tale Sebastian F. Sorrow. I fan degli Who e dei flipperisti ciechi e sordomuti non saranno d’accordo, ma pazienza. Alle orecchie di chi scrive il disco della band di Phil May e Dick Taylor è sempre sembrato più compatto e affascinante, del tutto privo di orpelli e sbrodolamenti, ancora sul versante giusto nel suo stare in equilibrio sul crinale tra stupore psichedelico e pomposità prog. E qualcosa – tipo il riff di Pinball Wizard, stranamente (?) simile a quello di Old Man Going – ci fa sospettare che lo pensi pure Pete Townshend.

Primogeniture a parte, pochi altri album degli anni Sessanta danno la misura della velocità di evoluzione impressionante della musica pop rock in quel periodo quanto S.F. Sorrow. Solo tre anni prima i Pretty Things erano dei grezzoni che randellavano il pubblico con un r&b hardcore talmente primitivo e selvatico da far sembrare gli Stones degli allievi di Burt Bacharach. Per conferma si ascoltino le Rosalyn e le Don’t Bring Me Down di prammatica (i primi due singoli del ‘64, gli unici che abbiano mai turbato le classifiche) e ovviamente la coppia di album usciti nel 1965 (soprattutto l’esordio omonimo, ground zero del beat in cui vandalizzano Bo Diddley, Chuck Berry e Jimmy Reed, dato che già il successivo Get the Picture? mostra qualche segnale di cambiamento nella formula “base x altezza” che contraddistingue la band). Anche il look aiutava: a vedere oggi le foto e i non pochi video d’epoca reperibili su YouTube non fanno chissà quale effetto, ma sessant’anni fa i Pretty Things dovevano sembrare qualcosa di spaventoso. Soprattutto grazie ai capelli di May, che in epoca di educati caschetti alla beatle sembrava già un roadie dei Black Sabbath. Gli altri, anche se leggermente meno lungocriniti, davano comunque l’idea di poterti accoltellare senza un motivo se li incontravi in un vicolo di Soho, in particolare il batterista Viv Prince (un pazzo certificato).

Dopo l’interlocutorio Emotions, parzialmente rovinato da arrangiamenti orchestrali imposti dalla casa discografica – la Fontana – che sembravano voler mettere la cravatta a Hulk, la band cambia etichetta (si accasano alla EMI), formazione e stile musicale. Via Prince, il bassista John Stax e il chitarrista Bian Pendleton, dentro Skip Alan, Wally Waller e Jon Povey. Gli ultimi due provengono da un gruppo beat/harmony pop vagamente ispirato ai Beach Boys chiamato Fenmen, e saranno proprio le armonie vocali a segnare una differenza sostanziale tra i Pretty Things vecchi e nuovi. Oltre a molto altro. Perché il gruppo abbraccia totalmente la psichedelia e si fa trasportare dalla nuova onda acida là dove due anni prima non avrebbe forse neanche mai sognato di spingersi. Nel 1967-68 tutto andava così: velocemente. Non c’era tempo per guardarsi indietro, ed era obbligatorio bruciarsi i ponti alle spalle.

Ad annunciare la svolta, due singoli bellissimi e visionari come Defectin’ Grey/Mr. Evasion e Talkin’ About the Good Times/Walking Through My Dreams. Vendono poco ma arrivano alle orecchie giuste, alle quali non sembrava vero che gli autori di queste canzoni iridescenti e stratificate fossero i capelloni neanderthaliani di poco tempo prima. Trovato in Waller un partner di scrittura ideale, e come sempre sorretto dalla solidità chitarristica di Dick Taylor (uno che se ne era andato volontariamente dai Rolling Stones e a quanto pare non gliene è mai fregato niente), Phil May decide di giocarsi la carta dell’opera rock. Che appunto, all’epoca non esisteva ancora (o quasi). Lettore vorace, affascinato in particolare dai romanzi ambientati durante la Prima Guerra Mondiale, il cantante stende un canovaccio narrativo in cui si inseriscono le nuove canzoni che sta scrivendo. La storia di un uomo qualunque, l’S.F. Sorrow del titolo, che nasce in una derelitta cittadina industriale, cresce fantasticando di evadere magicamente (“fly to the moon on the curve of a spoon”) dalla deprimente realtà che lo circonda, si innamora, va in guerra, emigra in America, vede la fidanzata morire nell’incendio del dirigibile che la sta portando a New York, si abbandona al dolore, viene circuito da un infido Baron Saturday (il baron samedi della tradizione voodoo, adeguatamente psichedelicizzato), imbocca la via del delirio, finisce per rinchiudersi nella solitudine più assoluta. E muore. Una vita inutile, eppure unica e preziosa come la vita di chiunque. Il classico signor nessuno travolto dalla Storia che in fondo non è molto diverso, giusto un filo più tragico, dall’Arthur di Ray Davies.

Non è esattamente Joyce, ma nel suo bozzettismo la narrazione– che si sviluppa tra i testi dei brani e brevi parti scritte – ha un certo fascino impressionista. Immagini dickensiane – la città di mattoni anneriti e ciminiere al cui centro sta la “factory of misery” – si alternano a squarci pulp, suggestioni da fantascienza “sociale” tipica degli anni ’60 (”S.F.” si può anche leggere, volendo, come “science fiction”: quella di J.G. Ballard, Stanslaw Lem e Ursula K. Le Guin, non certo quella di Star Trek) si susseguono a incubi lisergici che a loro volta sfociano in ingannevoli momenti estatici (I See You, Trust) per concludere la corsa nella gelida rassegnazione davanti all’incomprensibilità di tutto. Forse involontariamente, i Pretty Things di S.F. Sorrow mettono in scena la parte oscura della nuova era psichedelica, in fondo solo una fiammata – come uno Zeppelin che brucia – in un secolo cupo e violento. Una belle epoque illusoria, a cui seguirà la gente che crepa nelle trincee. L’Inghilterra vittoriana era spesso citata nell’epoca della Swingin’ London, solo che qui non si recuperano pastrani militari e servizi da tè ma solo ed esclusivamente desolazione.

Parlando di dischi, tuttavia, le buone idee narrative non sarebbero nulla senza la musica. Quella di S.F. Sorrow è strepitosa: per creatività, fantasia, incisività, senso melodico e la giusta cattiveria quando serve. E qui va citato il contributo determinante di quello che non per niente May e Taylor hanno sempre ricordato come una specie di membro esterno della band: l’ingegnere del suono Norman Smith. Uno che negli stessi mesi del ’67 in cui i Pretties lavorano all’album negli studi di Abbey Road sta mettendo le mani anche su una cosuccia da niente come The Piper at the Gates of Dawn (non su Sgt. Pepper’s; aveva lasciato il Beatle camp due anni prima, guadagnandosi l’epiteto lennoniano “Normal”). Al suo portfolio psichedelico aggiunge S.F. Sorrow, e i Pretty Things diventano il gruppo con cui entra più in sintonia. Si mette al loro servizio con entusiasmo, ma allo stesso tempo li usa per testare le proprie idee di produzione e di modellamento del suono. “Norman era un genio, uno che non si tirava indietro neanche di fronte alle idee più assurde. La sua risposta era sempre: ok, proviamo. Prendeva il suono di un kazoo e lo faceva sembrare un mellotron!” (Phil May).

Con l’ausilio di un semplice quattro piste – tecnofili e audiofili dovrebbero sempre ricordarselo: quella era la dotazione standard di gran parte dei capolavori degli anni 60 – e grazie a un infinito lavoro di incisioni e sovraincisioni, Smith cuce intorno alle canzoni del gruppo un mantello sonoro che riesce a evitare i cliché del periodo pur utilizzandone gli elementi più abusati: fuzz, chitarre al contrario, phaser, sitar, wah wah e così via. Tutto è funzionale alle canzoni, alla storia, ai passaggi di stato emotivi all’interno del disco e dei singoli brani. C’è un effetto “panning” a cui Smith ricorre spesso, che non solo rende il suono più panoramico ma trasmette una sensazione di dislocamento continuo, e quando viene applicato al cantato di May dà l‘idea delle voci che si affollano nella mente del protagonista.

Il disco inizia e finisce con aromi folk che fin lì era impensabile associare ai Pretty Things: dall’indimenticabile arpeggio che apre S.F. Sorrow is Born alla voce sconsolata che su una acustica si ripete di essere The Loneliest Person in the World. Tra i due estremi c’è di tutto: le suggestioni alla Syd Barrett di Bracelets of Fingers (il titolo allude alla masturbazione, un po’ come Five to One dei Doors), i tamburi da sfilata militare di Private Sorrow, i rintocchi lugubri di Death, le chitarre tridimensionali di Balloon Burning (sinestesia pura, ti sembra di vedere le fiamme uscire dal disco), il labirinto percussivo di Baron Saturday, l’hard rock che prefigura i Seventies incombenti di Old Man Going, persino le ipotesi di musique conrète di Well of Destiny.

S.F. Sorrow è un disco che definisce l’epoca della psichedelia ma appartiene a uno spazio-tempo interamente suo, e forse questo spiega perché oggi sembri meno invecchiato di altri suoi contemporanei e, più dolorosamente, perché ai tempi non ebbe alcuna fortuna. Coraggiosamente, i Pretty Things proveranno a portarlo sul palco di locali come la Roundhouse aggiungendo sezioni spoken word e esibizioni da mimo di Twink (il batterista ex Tomorrow e futuro Pink Fairies che aveva temporaneamente sostituito Skip Alan e che se ne andrà subito dopo). Niente da fare, S.F. Sorrow si perde nell’oceano di uscite epocali del periodo, per diventare vent’anni dopo uno degli album di culto definitivi della generazione neo-psichedelica. I Pretty Things non si fermeranno, e nonostante l’abbandono di Dick Taylor due anni dopo pubblicheranno un altro album magnifico come Parachute. Ma a quel punto è già il 1970: i fiori sono appassiti, il sogno è finito e rimane solo la dura realtà di un mondo in cui siamo tutti soli. Come tanti S.F. Sorrow alla deriva.

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