Recensioni

6.2

Qualsiasi discorso su Musica per noi potrebbe essere riassunto nelle parole di Davide Panizza: «Sarò sincero con voi, questo disco a volte mi piace a volte mi fa schifo, a volte sono fiero di averlo fatto a volte mi vergogno e mi chiedo che senso abbia generare e divulgare materiale di questo tipo». E saremo sinceri anche noi nell’affermare che questo è il pensiero che passa per la testa di chiunque abbia ascoltato Pop X, soprattutto chi (magari per paura di incorrere in una crisi epilettica) si è fermato al primo ascolto. E’ impensabile fare qualsiasi tipo di categorizzazione ed è oltremodo impossibile capire esattamente il nucleo fondante dell’accozzaglia di parole fornite; ci si sente insomma come persone affette da autismo, incapaci di percepire i messaggi metacomunicativi o, se vi piacciono le droghe, dentro un trip di sessantottina memoria. Nella musica di Pop X il surrealismo incontra il realismo, fondendosi con una schiettezza ai limiti della sprovvedutezza. Per dare un senso a ciò che vien detto (e perdonatemi la perifrasi ridondante, ma non mi sento di usare la parola “messaggio”) bisogna abbandonare la nostra amata comunicazione lineare fatta di “soggetto, verbo e predicato”, armarci delle basi del nonsense apprese esplorando i testi dei Verdena e, nel mentre, giocare a ricomporre le parole che sono state accuratamente destrutturate.

L’esperimento musicale è una sorta di pop elettronico estremamente demenziale e con nessuna pretenziosità di fondo ma, nonostante tutto, o forse proprio per questo, fondamentalmente audace. Prendete qualcosa di incredibilmente pop come per esempio Laura Pausini, aggiungeteci gli Eiffel 65, qualcosa di totalmente trash come Bello Figo, un pizzico degli Skiantos e un paio di gettoni per gli autoscontri, shakerate e otterrete Pop X. Ovviamente Panizza non ha lo stesso intento programmatico e lo stesso spessore di Freak Antoni, ma di fatto possiamo dirlo: sentir parlare senza pudore di cazzi duri riavvolge il nastro alla spregiudicatezza della band bolognese all’altezza di Kinotto. Volendo potremmo anche scomodare Gianni Drudi, poiché strofe come «e allora sdraiati davvero ti voglio, voglio farti tutto quello che posso» (Serafino) non sono poi tanto lontane dall’ispirazione stilnovista di «facciamo fiki fiki insieme». In realtà, secondo l’autore, Musica per noi, avrebbe anche una tematica di fondo: «In questo disco ho voluto esplorare l’invecchiamento, l’idea che invecchiando il mondo mi appare sempre più divertente e deprimente allo stesso tempo, in molti brani mi sono immedesimato in un anziano e mi sono divertito».

Lanciandoci in un indagine linguistica potremmo dire che la scelta delle espressioni in dialetto trentino in Teke caki sia figlia di questa volontà: è indubbio infatti che il dialetto sia la lingua preferita dai non più giovani, eppure viene proprio difficile immaginarsi un anziano che sciorina descrizioni poetiche come – parafrasando – “tua sorella con le tette grandi è una gran maiala” («Lei ruganta to sorela magna sempre mortadella/La zizona l’ha tasest quand go dit che lei de l’est»). Il riferimento alla gioventù lo troviamo invece in Orci dentali, dove infatti si coglie una sibillina citazione a Giovane giovane di Laioung, ma questo pezzo va ricordato per il coraggioso quanto insensato rimando a M’hai rotto il cuore, che è rimasta nei cuori di tutti come una tra le canzoni più trash che ci abbia mai regalato il panorama nostrano. Proseguendo si sguazza tra un’accozzaglia di formulazioni politicamente scorrette e riferimenti sessuali espliciti a cavallo tra una finta ingenuità e la furba paraculaggine. Sia chiaro, anche un testo come quello di Chiamami Negro non è razzista, però, tra gli infiniti rimandi nosense (come il sample de l’uomo tigre, presente forse per assonanze), fa sorridere il fatto di incappare in un campionamento di pseudo rappato che suggerisce non troppo velatamente lo stereotipo “nero= rapper”. Eppure Panizza non è un minchione totale come sembra, tant’è che in La Prima Rondine Venne Ier Sera, se riusciamo a lasciar passare la vena narcisista che emerge dal riciclo della melodia di Froci Della Nike, possiamo fare un plauso per le citazioni di Marco Lombardo Radice e Raf.

Sul fatto che il suo vocabolario ricco di parole auliche solenni come “puttana, cazzo, bagascia, peto, froci” (e sinonimi) alla lunga possa poi portare a delle idiosincrasie, siamo tutti d’accordo. Siamo d’accordo anche sul fatto che non ci sia sostanzialmente nulla di nuovo rispetto a Lesbianitij: le coordinate sono sempre quelle di un pop elettronico con grandi melodie, campionamenti, voci stra-riverberate e autotunate, se escludiamo Outro, che si muove su sentieri ambient, una Intro con un campionamento di lirica doverosamente inserito senza nessun criterio logico e la versione elettronica di Serafino; Musica per noi, a differenza dell’album precedente, è musicalmente abbastanza monotono e privo di dinamiche. La solfa è sempre la stessa e siamo già stati ampiamente provocati: sentir parlare di cazzi, culi, figa non ci sconvolge più e non ci fa nemmeno troppo sorridere, quindi la tendenza a un ascolto razionale di quello che è un lato B di Lesbianitij porta a passare oltre, perchè di fatto gli avanzi del pranzo non sono il piatto preferito di nessuno.

Ad onor del vero bisogna ammettere che, benché Panizza disegni con un linguaggio tutto suo un progetto così totalmente distaccato dalle logiche da sembrare una cagata pazzesca (e qui 90 minuti di applausi), Pop X è pienamente consapevole delle dinamiche con cui sta giocando, lontano dall’essere uno sprovveduto cazzaro come appare o come vuole apparire. Se vi è piaciuto Lesbianitij, se siete alla ricerca di una serie di frasi di dubbio gusto da imparare per insultare i vostri amici al bar e se avete ancora voglia di stare al gioco, avete trovato il vostro Santo Graal; se invece siete dei benpensanti all’eterna ricerca di qualcosa di sensato e concreto, questo è il disco sbagliato.

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