Recensioni

Bei tempi quelli in cui The Crown era un period drama perfetto. Misurato, senza sbavature e con performance incredibili. I segni di un declino nella scrittura di Peter Morgan erano evidenti già nella quinta stagione, con un ritratto piuttosto limitato della principessa Diana (interpretata da Elizabeth Debicki) e uno fin troppo compiacente di Carlo, oggi re d’Inghilterra. La prima parte della sesta e ultima stagione, dedicata tutta alla “principessa del popolo”, non fa che confermare quanto già descritto in precedenza nella nostra recensione. E la seconda parte, pur con un leggero salto di qualità, non riesce ad essere il prodotto intenso e trascinante degli albori.
Partiamo dalle performance attoriali. È indubbio che sia Dominic West, qui il principe Carlo, che Elizabeth Debicki siano dei bravi attori. Il problema, qui, è a livello di scrittura. Siamo lontani anni luce dalle performance di Josh O’Connor e Emma Corrin proprio perché sono venute meno delle sfumature emotive che rendevano i loro personaggi profondamenti umani, qualcuno con cui il pubblico potesse provare empatia nonostante le differenze di status sociale. Nelle ultime due stagioni, invece, c’è un principe Carlo che così carismatico non si è mai visto. Così come non si è mai vista una principessa Diana così sconfitta. È vero, lei è stata una vittima di un sistema antiquato con le sue assurde cerimonie, ma anche di una stampa ossessionata dalla sua figura, tuttavia c’era altro della sua vita al di là della famiglia reale e dei paparazzi. Invece in The Crown è tutto ridotto lì, all’osso, tra amore e vita pubblica. Mentre Carlo è un amante, un intrattenitore, un padre, un uomo abbastanza sicuro di sé da ormai affrontare la Corona inglese, cioè sua madre Elisabetta.
Un confronto impari, in cui della Diana altruista, devota a molte cause sociali ci resta poco (se non il suo impegno contro le mine antiuomo di cui nella serie veniamo a conoscenza solo per bocca di altri, altri che continuano a ripetere che è stata brava, ha cambiato le cose, ma i risultati di questo sforzo non ci è dato vederli).
Ecco, “confronto” è la parola chiave per descrivere il modo con cui è stata affrontata la figura di Diana Spencer in The Crown. I momenti clou della principessa sono sempre racchiusi lì, nel continuo giustificarsi, litigare, battere i piedi per attestare la sua identità e libertà. Quelli bellissimi e struggenti della Diana/Emma Corrin con Carlo/Josh O’Connor e Elisabetta/Olivia Colman, quelli meno convincenti della quinta stagione e quello con il “fantasma” della principessa. Quest’ultima una scelta infelice, perché riafferma in modo definitivo due cose: la prima, che anche nella narrazione questa giovane donna è destinata a dare spiegazioni a tutti sulla sua vita, invece di vivere e basta; la seconda, che nemmeno nella morte è davvero libera, che per espiare le sofferenze si debba necessariamente passare per il perdono e la comprensione nonostante i tradimenti e le sofferenze psicologiche subite. Di Carlo abbiamo visto tutto: le sue passioni, la sua voglia di rivalsa e di affermarsi al di fuori del complicato rapporto con la Corona, con la madre, gli effetti della dura educazione machista del padre, i suoi tentativi a volte vani, a volte riusciti di liberarsene. Di Diana, purtroppo, abbiamo visto molto meno.
Comunque due lati positivi in questi primi quattro episodi della sesta stagione ci sono. Peter Morgan ha dato il giusto peso al ruolo dei paparazzi (speculare sulle dinamiche dell’incidente non è necessario se, per due puntate, sono state mostrate ampiamente le conseguenze dei loro pedinamenti). Del resto la stampa inglese e l’opinione pubblica sono gli altri grandi protagonisti di The Crown, visto che le grandi storie d’amore della monarchia inglese, dai tempi dei Tudor a Edoardo VIII, hanno cambiato le sorti del Regno Unito. Il matrimonio tra Carlo e Diana non è stato da meno, con conseguenze purtroppo drammatiche.
Giusto anche mostrare che, in fondo, Dodi Fayed non era l’amore della vita di Diana, che a causa dell’incidente si è ritrovata inevitabilmente legata per sempre a questo uomo, con evidenti narrazioni sbagliate. Nella serie infatti Dodi chiede a Diana di sposarlo, ma lei rifiuta perché non è sicura e perché sa che Dodi cercava più l’approvazione del padre che il suo amore. Tutta questa sequenza è forse quella in cui entrambi i personaggi mostrano più spessore e sfumature emotive.
Da manuale esattamente come nella quinta stagione la regina Elisabetta e Filippo, interpretati da Imelda Staunton e Jonathan Pryce. Così come da manuale è stata la regia, misurata e senza troppi vezzi manieristici che cercano di restituire della verità in un quadro senz’altro romanzato, ma che vuole restituire una certa veridicità.
Nella prima parte, la sovrana ha un ruolo piuttosto marginale. Nella seconda, la storica coppia sembra più proiettata nel passato che nel futuro, così come tutte le altre relazioni di Elisabetta, vedasi l’esempio dell’episodio dedicato a sua sorella. Ecco, gli episodi finali di The Crown confermano che Peter Morgan sembra non avere più nulla di nuovo da dire sul tema del potere, sul ruolo della Corona in una nazione attaccata ai simboli ma che al tempo stesso sente il peso dell’istituzione, e perciò ha intelligentemente puntato sul lato umano, sulla donna che sta perdendo i suoi affetti e che come unico punto di riferimento ha ancora lui, il trono. La retorica del sacrificio assume più valore nel rapporto complicato con sua sorella o suo marito che nei discorsi pubblici o negli incontri politici.
Se Peter Morgan avesse puntato più su questo tema che su altro sarebbe stato meglio. Nulla di nuovo sì, ma più interessante dei dettagli biografici della storia d’amore tra William (Ed McVey) e Kate (Meg Bellamy), poco coinvolgente e piuttosto fredda. Anzi, a guardare la serie sembrerebbe quasi che la loro storia sia più il risultato di un complotto della madre di Kate che vero interesse amoroso, distruggendo ogni forma di romanticismo. Peccato, considerando che fino ad oggi tra i punti forti della serie c’erano proprio le storie d’amore. Bella invece la rappresentazione del rapporto padre-figlio tra William e Carlo e tra Carlo e Filippo: è bastata una scena, silenziosa e semplice, a mostrare che i tre sono legati da un filo indissolubile che ha condizionato le loro vite, e che l’educazione ha giocato un ruolo fondamentale nel loro esprimersi, nel volersi allontanare e poi rincorrersi, non solo nel privato ma anche nella vita pubblica. Forse tra le cose più “umane” di questa famiglia (quella romanzata, si intende).
Nonostante un calo generale delle ultime due stagioni, nel complesso The Crown resta una delle serie più importanti degli ultimi dieci anni e uno dei prodotti migliori di casa Netflix.
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