Recensioni

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All’epoca del debutto, Miss Universe, Nilüfer Yanya aveva tutte le carte in regola per farsi conoscere come una promettente stella del pop. Certo un pop affatto scontato, un personale ibrido di alt-rock e soft rock, con un poco di lo-fi naturalmente intarsiato di r’n’b. Inoltre aveva intuito melodico e la capacità di farlo fluire in veriegati arrangiamenti chitarristici. Soprattutto, possedeva quella voce, riconoscibilissima, già pronta per fare grandi cose. In quel 2019 l’avevamo intervistata avendo così l’opportunità di conoscerne meglio l’attitudine, l’ossessione per Cure e i Pixies e la radiofonia pop come rock, e quel suo «preferir scrivere brutte canzoni» che però ne rappresentassero lo stile e le personali coordinate.

Rifiutando all’inizio della carriera la proposta di unirsi ad un gruppo di altre cantanti prodotto da Louis Tomlinson degli One Direction, dal debut in avanti Yanya ha continuato a concentrarsi sulla propria musica, anche grazie allo stop forzato dai live causato dalla pandemia, componendo le canzoni di Painless, un secondo album breve e conciso. Lanciato da un singolo scritto assieme a Wilma Archerstabilise – che pareva introdurne una svolta post punk in senso 00s, tra chitarre tirate e paranoia Bloc Party (e un video che metteva ben in chiaro le derive urbane e meticciate del suo sound), Yanya fa un po’ quel che le pare anche questa volta, proponendosi, senza cercarlo, come una Mitski in versione pop rock, piuttosto che come una nuova paladina del revival post-punk.

A differenza dell’esordio – e lo si vede dai clip condivisi in seguito, sempre girati dalla sorella – è più sicura di sé e il disco è più intimo e focalizzato. Nei video che hanno accompagnato l’album la si vede protagonista di ogni ripresa, sola e padrona della propria indipendenza, alle prese con una speleologia delle emozioni. Dal punto di vista degli arrangiamenti, Anotherlife sembra ripercorrere quell’incastro di 90s / 00s che abbiamo ascoltato in Solar Power di Lorde, e un po’ a prezzemolo in tante produzioni FM contemporanee. E nell’ottima Midnight Sun quel revival riservato alla sezione ritmica (metti un breakbeat hip rock) si sposa con un pezzo davvero buono, di quelli tra veglia e sonno che ti pare di aver già sentito, un delicato r’n’b giocato su ricordi di primi Radiohead e Placebo.

Che il disco abbia goduto di raccoglimento e tempi necessari per la maturazione è confermato da lunghe session probabilmente avvenute nello stesso studio dello zio in Cornovaglia, dove ha preso vita Miss Universe. Spazi e tempi che hanno prodotto brani onirici come trouble, cose più soul pop come try, o episodi ancor più interlocutori, e sempre in economia di mezzi, come company, dove refrain di chitarra e voce hanno i cori come unico interlocutore.

Non è ben chiaro come si ponga Yanya rispetto a un successo che sembra per il momento soltanto accarezzare. Label e giornalisti di tutto il mondo ne hanno fiutato un potenziale considerevole e innegabile, metti una Cat Power londinese con origini, quali sono le sue, turche, irlandesi e bahamensi. Del resto, the mystic e soprattutto il singolo anotherlife sono episodi già in area radiofonica che coerentemente preferiscono incanalarsi nel generale tono riflessivo del disco. Senz’altro un motivo di vanto per l’autrice, ma anche il sale sulla coda a una proposta che sembra trattenere, magari anche solo per timidezza, un focus e una quadratura più spendibili.

Se questo è il difficile secondo disco, il terzo ci darà, ne siamo sicuri, le soddisfazioni del caso. E anche dovesse disattenderle, queste brutte canzoni rimangono preziose e speciali, proprio come la sua protagonista.

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