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Quinto album ufficiale per Mondo Marcio e ulteriore grande occasione per chi scrive di dare un’occhiata allo stato di salute del pubblico italiano. Dando per scontato il discorso sull’insindacabilità dei gusti, il mio personale stupore è per l’obsolescenza della formula musicale del nostro, anche se sembra essere stato quasi del tutto abbandonato il dirty south (ma piccoli capolavori come Bang!generano dubbi al proposito), e questa è forse l’unica vera novità.

Per il resto, il disco ha grossi problemi sotto il profilo meramente produttivo: tenendo d’occhio il Kid Cudi più immediato, le dancehall più modaiole (si vedano le influenze reggae, piuttosto scontate, della title track), la dance italiana anni Novanta (sì, proprio quella che tutto il mondo ci invidia!), il listino delle quotazioni della scena rap italiana mainstream (come ospiti ci sono praticamente tutti quelli che non verrebbero mai invitati a una jam hip hop: Dan TEmis KillaJ-AxVaccaCaparezza), un insano amore per i clap più imbarazzanti e il classico sample italiano familiare e accattivante (la sventurata vittima di questa operazione è la povera Nada di Amore disperato), questo album non si sforza di rinnovare nulla dell’usuale formula di Marcio.

Dal punto di vista tematico e contenutistico – veniamo al rap vero e proprio – le cose non vanno molto meglio: luoghi comuni (ci sono anche dei tentativi, molto banali, di descrivere la degradazione della condizione femminile in un brano comeQuando tutto cade, appesantita da un ritornello raccapricciante), resoconto personale (lo sapevate che Marcio spacciava e non ha avuto un padre abbastanza presente? Sono solo 5 dischi che ce lo vuole far sapere) e il solito riferimento a scazzi veri o presunti (Fight Rap, musicalmente debolissima nonostante il tentativo di proporre un suono electrock, ma di cui si apprezza l’estremizzazione dell’attitudine al dissin, lasciando intravedere, si spera, quel barlume di ironia che sarebbe stato utile a tutto il disco). Le cose migliori arrivano nei momenti in cui si abbandona l’esterofilia e si cerca di proporre qualcosa di strettamente italiano (come in Spalle al muro, coadiuvata da un cantato di Strano, molto genuina e molto più efficace dei brani più States oriented).

Il problema di fondo è che siamo al quinto album con elementi del genere e, a parte una maggior comprensibilità (su cui lo stesso Marcio scherza esplicitamente), il rischio noia è fisiologico. Restano le doti da mc un pelino al di sopra della sufficienza, anche se è palese come le possibilità liriche di Marcio vadano ben oltre quello che viene dimostrato in questo disco (nei primi due album era tecnicamente migliore, questo non lo si può negare), non trovandoci mai di fronte a costrutti troppo elementari. Ed è forse proprio questa potenza in divenire la cosa più irritante di tutto il lavoro.

Cose dell’altro Mondo non è un disco per l’ascoltatore hip hop purista, scontato dirlo, e non è nemmeno un disco per chi è aggiornato sulle nuove tendenze, nei confronti delle quali il ritardo di Marcio è imbarazzante. Il target ideale è da ricercarsi nel fan più devoto o nell’ascoltatore neofita di rap senza particolari nozioni legate al genere.

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