Recensioni

6.3

Mòn vengono dalla città, Roma per la precisione, ma preferiscono la natura. Zama è il loro album d’esordio e sin dal titolo ricorda gli esotismi dei Glass Animals o le intuizioni art-pop degli Alt-J. Questo è il caso in cui un solo indizio fa già da prova: Lungs ci proietta dritto verso le atmosfere di An Awesome Wave grazie a voci lontane dallo standard english, melodie ipnotiche e chitarre asservite al ritmo. L’esordio dei capitolini gioca d’equilibrio tra una forte componente world e afro-pop e vampate post-rock più sostenute.

Di momenti godibili, Zama, ne ha parecchi: la parte iniziale di Alma, quella centrale di The Flock che ricorda i primi Arcade Fire e una Forest Of Cigarettes che ha tutte le carte in regola per essere un brano a metà tra Everything Everything Foals catalizzano l’attenzione. Tanto che, ad ascolto terminato, alcuni riff di chitarra rimangono ben impressi nella mente e certe melodie continuano a girare nelle orecchie. I testi, non banali e piuttosto discorsivi, supportano la causa: il risultato è un disco piacevole che sarebbe stato ancor più d’impatto se in alcuni punti avesse messo alle spalle momenti puramente rock esaltanti ma non folgoranti, come l’intro di Fragments o quella di Mutter Nacht, in cui sembra che i Beirut si siano rifugiati nel freddo intimismo dei Sigur Rós. Insomma, meno quadrature e ruggine (To Marianne), e più coraggio nel farsi sedurre dalla giungla, avrebbero reso Zama un album ancora più pericoloso, perché con molta probabilità avrebbe mantenuto intatto il suo incantesimo dall’inizio alla fine.

La sostanza c’è ed è palpabile, e questo è il punto che gioca a favore dei Mòn; il focus non è ancora calibrato, ma le premesse pendono verso la speranza che Zama sia soltanto un accenno di quello che ascolteremo in futuro.

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