Recensioni

7.2

Per la serie nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma, ascolti i collage sonori di Mira Calix nel suo absent origin, e ti ritrovi ad ascoltare musiche rientranti in un continuum sonico che da Walter Ruttmann e Pierre Schaeffer passa per Alvin Curran, Books, Matthew Herbert, Matmos e oltre. L’artista di origini sudafricane – al secolo Chantal Passamonte – continua un discorso iniziato nell’Utopia EP che ha segnato il suo ritorno discografico nel 2019, a oltre 10 anni dalla precedente prova lunga The Elephant In The Room: 3 Commissions, dove già l’elemento concreto aveva una sua rilevante parte.

Come per alcuni dei sopracitati esempi – Matmos e Herbert in primis – anche da queste parti musica, concetto e impegno politico e sociale si legano indissolubilmente, e nello specifico a un portato femminista. Ispirandosi ai collage dell’artista Hannah Wilke, Passamonte ha costruito un complesso mondo in cui musiche da camera, tantissime voci e discorsi fatti in diverse lingue (anche solo sillabe ottenute da un chirurgico cut-up) si avvicendano più che sovrapporsi a forme primitive ridotte a voce e ritmo, un labirintico dedalo di spazi e timeline che non trova un corrispettivo nella realtà. Non a caso l’artista ha composto le musiche per la Royal Shakespeare Company nel 2017, ma non immaginatevi qualcosa di barbosamente accademico dalla prima donna ad aver firmato su Warp nella storia dell’etichetta. La dance, pur decostruita fino all’inverosimile, è ancora presente in questo lavoro, eppure è immersa, anzi inondata di altro, quando per “altro” intendiamo un precipitato dadaista (trasport me), un aldilà senza Dio, una quasi-vita che ci comunica attraverso specifiche interfacce e visioni spettrali.

L’elemento vocale è onnipresente in questi 17 collage, modernisti in partenza e rétro all’arrivo. Le desolate protagoniste di queste composizioni vanno avanti ma gli oggetti di cui si circondano tornano indietro a stati precedenti la materia di cui sono composti. Sentiamo un soprano consapevole del proprio smarrimento arrangiato con percussioni scalcinate non da un’orchestra (nkosezane – for my daddy), una rapper disposta a far valere il proprio impegno su quel che rimane di una produzione grime in precedenza spendibile commercialmente (Fractions Fractured Factions).

In tanta carne al fuoco, è il punto di vista femminile a caratterizzare l’opera, sia dal lato concettuale che da quello emozionale, politico e performativo. In absent origin respiri la solitudine dei primi dischi di Laurel Halo, e anche un obliquo sense of humor che la compositrice originaria di Ann Arbor mai inserirebbe. Inoltre, c’è una papabile resistenza a forme di oppressione e controllo ben rappresentata dal disordine organizzato con il quale l’opera stessa è stata concepita. All’inizio di doggerland (between the acts), in uno dei momenti più esplicitamente politici del lavoro, si fa riferimento all’Europa come sogno rispetto all’Europa come mercato…

Il misurato disturbo di lallazioni ottenute da cut-up vocali (i’m in love withe the end), il call and response tra altri canti, sibili e voci (Gargle command v) che una logica ce l’ha eppure ci fugge, sono inoltre gli elementi punk di un lavoro che si pone all’estremo opposto del pop per operare come una solida opera d’arte.

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