Recensioni

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Il primo disco solista (Wot, 2013) aveva mostrato il leader dei disciolti Sic Alps in veste di cantautore classico: un album in cui, come aveva scritto Diego Ballani in sede di intervista al cantante, «la tradizione d’oltreoceano viene abbracciata senza riserve», in linea con gli ultimi dischi della band. Poi però il Nostro aveva fondato The Peacers coi quali era tornato sui familiari territori tra psichedelia e lo-fi.

Questo nuovo album a nome proprio non prosegue sulla strada del primo, come avrebbe potuto far pensare il titolo, in realtà ironico: la bassa fedeltà, infatti, la fa da padrona fin dalle prime battute, con un suono sporco e apparentemente poco prodotto. Apparentemente, però: dietro la grezzaggine di superficie si nascondono una varietà strumentale e arrangiamenti estremamente curati, magari fatti di piccole pennellate, ma ognuna data con sapienza, vedi i tocchi di violoncello di Sadfinger (fiaba notturna sullo stile di quelle messe insieme dal duo Palmer-Ka Spel) o il piano che ricama Rosemarie con linee che ricordano i vibrafoni del Tim Buckley altezza Happy/Sad (ma è tutto il brano che riporta, col suo procedere a ondate, all’autore di Starsailor). Il tutto a potenziare una scrittura che dalla psichedelia talvolta si muove verso il dream pop (3 Track Seizure, Chapel Of Peace), blues pianistici (Sugar Shaker), il rock più classico (Spiral Tee Shirt) o qualche sonatina noise (Montera Select Niteclub), mentre Cold Shine sono i Mercury Rev più notturni e Top Shop sfiora Yorke e soci, a comporre un album che sembra partorito da un Jack White più inglese e notturno.

Alla fine Wot è stata una parentesi, un’esplorazione di territori classici, per poi tornare a fare quello che Donovan già faceva ma con più consapevolezza, anche se forse sono più riusciti gli arrangiamenti della scrittura (ma più per i meriti dei primi).

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