Recensioni

Dalla loro baita in mezzo alla neve, Mi and L'au ci fanno arrivare nelle orecchie gli undici nuovi fiocchi di neve che compongono il loro terzo album. Dopo i fasti di critica dell'esordio eponimo e il tour mondiale sotto l'ala protettrice di Banhart e Gira, i due hanno sfornato il vero gioiello nel precedente Good Morning Jockers. Con una formula tanto fascinosa (il duo maschile/femminile dedito all'alt.folk) quanto abusata, il rischio impantanamento è dietro l'angolo. Rimanere uguali a se stessi forse avrebbe aiutato a confermarsi nello zoccolo duro dei fan più o meno illustri, ma avrebbe significato la paralisi artistica.
Non che la formula sia chissà quanto cambiata, ma quadretti leggeri di synth krauto come la titletrack o la sincope di Limouzine mostrano come l'ex modella finlandese e il musicista francese abbiano volto lo sguardo altrove rispetto ai consueti Cat Power, Vashti Bunyan, ma anche Serge Gainsbourg/Jane Birkin e Lou Reed/Nico. Oltre al consueto gelo invernale che pervade le loro composizioni minimali, c'è quindi un'aura di decadenza espressionista che pervade anche in episodi privi di elettronica. E' il caso del ballo vaudeville andato a male di Porcupine, o dell'austero opening di Territory Is An Animal. O dell'esplorazione di lingue diverse dall'inglese (Valdren) o di territori new-age/electro (Silk). A dire che nonostante l'isolamento, la loro proposta musicale non vuole rimanere circoscritta alla chitarra davanti al fuoco della loro baita, ma ha la curiosità per sopravvivere e rinnovarsi nel tempo. Meno perfetto, ma più vivo dei precedenti.
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