Recensioni

Disillusione, dolore e perdita: questi i temi, ispirati da recenti vicende personali, attorno a cui ruota il primo disco solista di Richard Butler, ex Psychedelic Furs e Love Spit Love. Nato dalla collaborazione con Jon Carin (Pink Floyd, Pete Townshend e Bryan Ferry), anche produttore, è un album mesto, in punta di piedi, spruzzato di elettronica, in cui Butler sembra voler fare il punto della situazione, anche musicale.
Pochi sono i pezzi che si avvicinano al passato nei Furs (Broken Television, ballata vellutata, Milk, in cui la melodia si apre lasciando spaziare la voce, in un gioco di rimandi tra Cope e Bowie), per il resto trova spazio la psichedelia pinkfloydiana di Breathe, le ballate (la lunga Sentimental Airlines, la conclusiva Maybe Someday, tra violini e chitarre) in un viaggio melanconico in cui Butler trova la sua cifra stilistica, affrancandosi sia dal maledettismo post-punk sia dal crooning dark degli eighties, verso un pop adulto, magari convenzionale, ma che lo tiene alla larga dal cadere in una sterile riproposizione del passato.
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