Recensioni

5.8

Giunto al terzo disco, con un passato lungo tredici anni e tanti ascolti alternative rock che ne hanno influenzato e accompagnato i primi passi, il quartetto della provincia bresciana Matmata smussa vistosamente gli spigoli, ammorbidisce il suono e conduce in porto Limen, un lavoro che se da un lato recupera con merito quegli intrecci di indie-rock acustico che mescolano cantautorato, chitarre e archi, dall’altro finisce per esaurirsi rapidamente appiattendosi in una forma pop piuttosto prevedibile, che sembra rivolgersi con insistenza a lidi più mainstream e decisamente meno avvincenti (Negramaro? Marta Sui Tubi?).

Ed è un vero peccato, perché la direzione artistica di GNUT (Claudio Domestico) e uno spiccato gusto negli arrangiamenti e nel giocare con la melodia li renderebbero, con qualche sforzo in più in termini di testi e varietà di suoni, decisamente più interessanti. Lo sviluppo armonioso delle trame e quella promettente attitudine folk dai colori d’oltreoceano si esaurisce invece molto presto, con la voce di Gianmario Ragazzi sempre eccessivamente in primo piano a raccontare di amori, solitudini, addii, e dei «tu sei per me» e «io vivo di te» declinati in una stancante, infinita moltitudine di modi. Perdono così di tensione emotiva anche i momenti più intensi dell’album (Sono un segreto, Come gli alberi d’inverno, la conclusiva Salvami), mentre la cover di Strange World cantata insieme a Ké finisce per peggiorare ulteriormente le cose.

Siamo piuttosto convinti delle qualità artistiche dei Matmata, così come del fatto che Limen probabilmente rappresenti per loro un lavoro di transizione, il tentativo di avvicinarsi a una forma canzone più accomodante, per certi versi meno diretta, ma allo stesso tempo rivolta ad un ascolto più semplice. Un tentativo però riuscito soltanto in parte.

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