Recensioni

Mark e Isobel. L’ombroso e la fighetta. Il burbero e la snob. Il gigante e la bambina. Giocano a camminare sul bordo scivoloso della loro improbabile unione/combinazione, confondendo le acque e le atmosfere, spiazzando e disinnescando attese, confidando in un’ovvia presunzione figlia di cotali pedigree. Si prendono per mano invitandosi l’un l’altro a fare quattro passi nell’altrui ossessione: ora è Mark ad apparecchiare una ballad cavernosa cui Isobel regala vocalizzi flautati e fantasmatici (la title track, l’iniziale Deus Ibi Est), ora è la signorina a piegare la barra e la rotta verso un’obliqua allure Bacharach (Dusty Wreath) e Hazlewood/Sinatra (The False Husband), cui il vocione dell’ex-Screaming Trees si presta ben volentieri.
Ma a sorprendere davvero sono i momenti nei quali da tanto diverso background sboccia una sintesi strana, non perfettamente a fuoco, anzi malferma, carica tuttavia di fascino scuro, come quando Honey Child What Can I Do? cuce le ascendenze buckleyane di Mark e lo struggimento british di Isobel finendo col somigliare ad un Nick Drake apocrifo. O come quando Black Mountain disegna reminiscenze Fairport Convention tra vapori Simon & Garfunkel, o come l’Hank Williams di Ramblin’ Man resuscitato tra sulfurei sussurri (lei) e convulsioni waitsiane (lui). E’ il tipico programma che svela piccoli tesori con gli ascolti, come le vibrazioni Johnny Cash di Revolver o la citazione filmica – non togliamo la sorpresa ai cinefili – nel finale di Saturday’s Gone. Un disco che si rannicchia nel proprio raggio d’azione, senza ambizioni troppo vistose anzi con la sordina dei progetti nati e cresciuti all’ombra di certe cocciute intuizioni, di certe insospettabili empatie. In questo senso, e solo in questo, potremmo indicare tra i suoi parenti lavori come Out of Season di Beth Gibbons o Slush degli Op8, anche se a onor del vero quelli vanno posti su un gradino più alto nella scala dell’ispirazione. A buon intenditor…
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