Recensioni

C’è un momento, all’inizio di Nightbitch, dove il figlio della protagonista gioca con dei giocattoli a incastro. Un’immagine innocua, a prima vista, dietro cui si cela invece un discorso molto più profondo circa la portata simbolica dell’opera. Il piccolo incastra, infatti, i pezzi del proprio gioco proprio come la madre incastra le pulizie da compiere, la spesa da fare, gli incontri alla biblioteca a cui partecipare, mentre il tempo scorre veloce e lei sente di rimanere indietro. Indietro rispetto a se stessa, alle proprie ambizioni, alla propria carriera da artista, mentre davanti a lei si stagliano solo pannolini da cambiare, libri da leggere, notti insonne da superare. Sola, incompresa, si sente come un animale in gabbia, un cane tenuto legato senza libertà di movimento.
Ed è proprio in quel corpo canino, fatto di istinti e irrazionalità, che la donna si sente trasformare. Una metamorfosi mentale, la sua, che la cinepresa di Marielle Heller riesce a restituire, senza per questo scadere nell’ilarità gratuita, ma anzi, riuscendo a detonare quell’immagine di idillio perfetto con cui la maternità viene propugnata e innestata, sin dalla prima infanzia. Il manto di illusioni si sbrindella. Le giornate si susseguono sempre uguali, senza adito al cambiamento. Un iter da compiersi ad libitum, come sottolineato da quel montaggio reiterato, jump-cut di attimi che si bloccano e si reiterano, sempre uguali, sempre identici, sempre più alienanti.

Se il cambiamento non viene dall’esterno, tanto vale provocarlo dall’interno, da quel “corpo che cambia, nella forma e nel colore”, citando i Litfiba. Nessuna luna piena a far scatenare la trasformazione, ma una necessità di tracciare un confine tra prima e dopo, sviluppare un processo catartico con il quale cadere in basso, toccare il (violento) fondo, per recuperare la parte più fedele di se stessa. Dopotutto, quando l’insostenibilità dell’essere raggiunge il punto massimo di ebollizione, non serve più trattenersi; serve ululare, correre, essere altro da sé, anche nella forma di un cane.
Come tutti i film che affrontano la lacerazione di una coscienza, anche Nightbitch parte da un’assenza. Assenza dell’aiuto del partner; assenza di una propria identità; assenza di un nome con cui identificarsi. La sua protagonista non viene infatti mai chiamata per nome. La donna viene identificata con il ruolo che le è stata affibbiato nel momento del parto: non più donna, non più artista. Ora è solo mamma. Un manichino da vestire con le solite camice, con i capelli arruffati, l’umore livido, l’aspetto trasandato. Un ruolo da cui è difficile scappare, che la tiene reclusa, come suggeriscono quei quadri che decorano i suoi abiti, simboli di un perimetro quadrangolare che reclude, come quello della casa di cui è regina, ma anche prigioniera.
Sviluppato in orizzontale, il film è un raccoglitore di inquadrature tanto ampie quanto capaci non solo di cogliere la protagonista come parte integrante dell’ambiente domestico di cui è ormai diventata elemento di arredo, ma anche per circondarla di altri suoi simili, come un cane all’interno di una cucciolata, o un animale in un branco. Un’assimilazione totalizzante che decade nel momento in cui la complicità si rompe e la donna ritorna a essere un lupo solitario. Le riprese così si ristringono, fino a limitarsi a un semplice primo piano. Ed è proprio in questi attimi sospesi che la donna dà vita al proprio intimo confessionale: un soliloquio dalla sua mente elaborato, dalla sua bocca proferito e solo a lei destinato. Uno scarto momentaneo dalla realtà, e un accesso diretto all’interiorità della protagonista, a tratti coerente con la portata narrativa dell’opera, e altri fuorviante, se non addirittura ridondante. Grazie a un sapiente gioco di montaggio, e dalla profonda carica espressiva di Amy Adams (indimenticabile la sua performance in Animali Notturni) disagio provato dalla sua protagonista riesce a navigare sull’onda dei non detti raggiungendo le spiagge emotive dei propri spettatori. Sottolineare questo stato ansioso con tali soliloqui, frena però il processo di immedesimazione, trasportando la narrazione in lidi di fastidiosa insostenibilità. La stessa metamorfosi, quando giocata sul breve tempo centra il proprio obiettivo comunicando con il livello inconscio dello spettatore; quando esacerbata rasenta invece il limite dell’intollerabile.

“Motherhood Is fucking brutal” e Nightbitch intende ricordarcelo senza filtri, ma con l’intermediazione della fantasia mista a ossessione alienante. Un realismo magico che si getta a tratti nel perturbante, sostenuto da inquadrature tanto illuminate visivamente, quanto crepuscolari a livello inconscio; sono riprese che sembrano accarezzare un incanto feroce, quello di una bestialità che non dimentica l’umanità, in un microuniverso tanto verosimile sul piano visivo, quanto violentemente rattrappito su quello psicologico. Poesia silenziata nella retorica perfezione della maternità, lo schermo si fa dunque seduta psicoterapeutica, e il personaggio di Amy Adams surrogato delle nostre insofferenze e di tutti quei pesi che ci portiamo addosso come Sisifo contemporaneo. La macchina da presa si fa così psico-analitica: pedina la sua protagonista, la controlla, la espelle, fino a frammentare la sua realtà e giocare con la sua immagine, sottolineandone caratteri, responsabilità. Un gioco reso possibile anche dal volto ancipite e simulacrale della Adams, maschera su cui tracciare i segni di più sconfitte e di un qui e adesso che non si fa mai passato, ma sempre presente, perché destinato a ripetersi a oltranza.
Ma la donna non vuole più sottostare a questa giostra quotidiana senza divertimento; non vuole essere più animale addomesticato dal volere della società. Ora la donna vuole essere animale selvaggio, lupo solitario, cane randagio. La donna vuole essere libera di essere semplicemente se stessa.
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