Recensioni

6.2

Dopo quanto successo, Undercover somiglia a un verdetto inoppugnabile arrivato dopo mesi di serrato dibattito giudiziario e scontro tra le parti. Perché la scelta dei tre ribelli Marc Houle, Magda e Troy Pierce di lasciare in agosto scorso la Minus del padrino Richie Hawtin per fondare una nuova etichetta personale, Item & Things, altro non è che una sfida lanciata a mr. Plastikman, soprattutto dopo certe dichiarazioni dello stesso Houle che lamentavano mancanza di autonomia e necessità di maggior libertà d'espressione personale. Prima uscita ufficiale del nuovo corso, Undercover ha l'ingombrante onere di dover dimostrare che il producer canadese può camminare ora sulle proprie gambe, missione resa ancora più difficile da una circostanza non banale: l'ultimo album alla Minus, Drift, era un mezzo capolavoro di techno minimal densa e di grande spessore che faceva sentir netto il tocco del miglior Hawtin, e rappresenta un passato difficile da superare, oltre che un grosso punto a favore del blasonato antagonista.

Le otto tracce qui presenti gettano parecchio fumo negli occhi senza chiudere di fatto la questione: perché questa non è più minimal per essere ascoltata, ma techno per essere ballata, e spostare gli argomenti su un campo d'azione meno esigente rende le cose più facili. Alla fine il gioco in pista può anche funzionare, perché il carattere è deciso (in Under Cover quasi autoritario), certo pulsare notturno è stuzzicante (Blink), il basso deep furbetto fa sempre il suo effetto (Hearing) e i meccanismi del long-clubbing col loro circolo vizioso di piacere->desiderio->ripetizione->dipendenza->piacere sono ben corrisposti (con Am Am Am si va avanti all'infinito). Ma i romantici della techno saranno i primi a lamentarsi di quanto tutto ciò sia riduttivo, sollevando l'intrasigente critica della mancanza di contenuto (del quale è spesso stato oggetto Plastikman, peraltro), e Undercover non ha grossi argomenti con cui ribattere: tutto si gioca sui ritmi e sulle geometrie ma non c'è vera inquietudine e la grande assente è l'emozione. La quale non è per forza componente imprescindibile, ma dopo aver conosciuto certi gioielli di cui Houle è capace (Drift, Yonkers, Blunderstorm, giusto qualche esempio) è legittimo non accontentarsi.

Si torna così al Marc Houle che punta solo all'induzione dance, quello di Restore e Bay Of Figs, forse il volto più spontaneo dell'artista, se è lui stesso a sentire Undercover come uno dei suoi dischi più personali e sinceri. Dobbiamo pensare che le sue prove più complete, le ultime Salamandarin e Drift, siano il risultato della stessa spinta insistente di Hawtin che poi ha causato la recente rottura? Se è così, la tensione artistica è più benefica di quanto si pensi e Marc ha un brutto nodo da sciogliere.

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