Recensioni

7

Una carriera iniziata nel 2003 e andata avanti per dieci anni, con cinque album in studio dati alle stampe, poi una lunga pausa che aveva fatto pensare al pensionamento del progetto, e ora questo sesto lavoro che – per quanto appena detto – arriva quasi a sorpresa. I Man Man sono la creatura musicale del poliedrico musicista e compositore indie statunitense Honus Honus (alias Ryan Kattner) che avevamo data ormai per persa, dopo la pubblicazione di On Oni Pond (2013). Non che Kattner se ne sia stato con le mani in mano nel frattempo, anzi si è dedicato alle molte sue altre passioni, il cinema prima tutto, tra colonne sonore (The exorcist, Superdeluxe, Do You Want to See a Dead Body?), sceneggiature e finanche calate nei panni d’attore nel film indipendente Woe, nel cortometraggio musicale So it goes, oltre che nel premiato documentario del tour Use Your Delusion. Nel frattempo non ha però smesso di comporre nuova musica e il risultato di quegli appunti presi quasi di straforo sono questi 17 nuovi brani registrati nella guesthouse di un amico a Los Angeles («più una baracca che un posto chic», rivela la nota stampa del disco) e con l’aiuto in fase di produzione del collaboratore di lunga data Cyrus Ghahremani.

Eccolo qui, il genietto di Filadelfia, tornato in pista con la sua band e artisticamente esagitato come al solito, ma senza suonare di maniera, lui che il pilota automatico non sa nemmeno come si aziona e per il quale ogni capitolo della sua parabola è un vaso pieno di sorprese, una borsa di Mary Poppins con sempre nuovi trucchi del mestiere. Dream Hunting in the Valley of the In-Between – che tra le altre cose rappresenta l’esordio dell’ensemble su Sub Pop – è un altro spettacolo pirotecnico a base di quel “gipsy” jazz/art-rock schizoide e sperimentale fatto di mille contaminazioni che è la cifra della casa, un profluvio di rimandi e indovinelli musicali, una caccia al tesoro allucinata dove a ogni tappa bisogna leggere e rileggere il bigliettino per scovarvi tra le righe il prossimo indizio. Ma non è la ricerca del tesoro, essa stessa il tesoro? Sì, diamine! Che te ne fai di un ascolto portato a termine se il bello è proprio perdersi tra i suoi solchi?

È tanta, forse anche troppa, l’enfasi creativa in queste nuove composizioni. Sarà che a un eccesso d’idee si deve per forza dare sfogo in qualche modo, pena l’impazzimento. Un po’ come il motivo per cui la band della Pennsylvania ama esibirsi dal vivo in boxer e t-shirt: spogliarsi dei vestiti vuole evidentemente essere un modo allegorico di inscenare la voglia di non autoimbrigliarsi in legacci di sorta. Più libertà di movimento, insomma, anche in senso musicale: ecco allora le impennate e le fantasiose sgommate che lasciano la scia nera come la pece sulla pista immacolata di questo mondo incantato alla Mago di Oz, questa “valle di mezzo” dove può accadere che una intro trasognata e classicheggiante come Dreamers venga rotta improvvisamente dalla cacofonia sydbarrettiana di Cloud Nein, che apre a sua volta la strada a una bella melodia strongly british; dove ai frenetici cambi di ritmo di On The Mend faccia da contraltare una Lonely Beuys più lineare ma sempre con l’embolo pronto a schizzare; dove agli echi calypso di Inner Iggy e a quelli ska di Sheela segua il prog irresistibilmente vanesio e profumato di The Prettiest Song In The World, passando per l’ovvia devozione riservata a Nick Cave & The Bad Seeds espressa dal rito sacrificale di una Goat e per un siparietto capace di tenere insieme rock, country, prog e swing come Powder My Wing.

Ma elencare tutti gli Easter eggs disseminati nel lotto sarebbe un esercizio di stile più dell’album stesso. Album che però non è pregno solo di tecnica fine a se stessa e per cui vale il vecchio, caustico – ed elementare nella sua evidenza – adagio espresso dalla retorica domanda: «si può emozionare di più suonando il piano con due dita o con dieci?». A tutto ciò si aggiungono, nel caso in esame, i feat. di Dre Babinski degli Steady Holiday su Future Peg e If Only, e di Rebecca Black (cantante della hit pop virale Friday) sulle succitate On The Mend e Lonely Beuys. Disco per palati fini, leggero ma complesso, d’alta scuola, di una furbizia dichiarata e pure decantata. È sempre bello ritrovare i vecchi amici.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette