Recensioni

La carriera di cantautrici come Laura Marling crediamo che sia un esempio magnifico di evoluzione artistica, di ricerca, di passione nei confronti del proprio stile, nell’accettare un cambiamento di esso che non sia necessariamente dovuto a dinamiche di mercato. Brani come Ghost (da Alas I Cannot Swim) o Young Love (con i Mystery Jets) pubblicati nel 2008, ad esempio, sembrano essere così lontani dagli ultimi lavori (l’ultimo solista è Semper Femina del 2017), nel loro essere semplici (anche se efficaci) e forse inquadrati in un genere, ovvero l’indie-folk, da dare l’impressione che al tempo non ci fossero tante alternative per la cantautrice di Londra. Chi avrebbe mai pensato che grazie a un’unione artistica intelligentissima con il Mike Linsday dell’altrettanto interessante e sperimentale gruppo alternative(?)-folk Tunng, sarebbe nato un progetto, sotto il nome da babytalk (gentile concessione della figlioccia seienne di Marling) LUMP, che di folk ha davvero solo la cornice dei testi?
Eppure, quello che sulla carta sembra nient’altro che un disordinatissimo e caotico esperimento di due musicisti, ha una sua coerenza e importanza e, soprattutto, uno spazio vitale nella carriera di entrambi. Lindsay, che è venuto in contatto con Marling dopo un concerto di Neil Young (e che ha scoperto e ricambiato la stima nei confronti della conterranea), aveva a disposizione un mucchio di materiale pre-registrato su uno stile che si potrebbe definire drone-folk/tronica e, in tempo lampo, Marling era a bordo e aveva registrato le sue parti vocali. Il risultato è un prodotto organico, quasi liquido, in cui i pochi strumenti (synths, chitarre, flauti e poche percussioni) si sciolgono e si mescolano gli uni negli altri. I riferimenti, prima di essere musicali, sono inevitabilmente narratologici/filosofici: il progetto LUMP, malgrado la sua co-esistenza con uno spazio/tempo perfettamente accettabile per il panorama musicale contemporaneo, è figlio del caos, è musica dell’inconscio, dove tutto è parte di tutto. Per questo, opere come il manifesto del surrealismo, le memorie su Leonora Carrington (moglie di Marx Ernst) e sketch di poeti surrealisti come lo scozzese Ivor Cutler, rappresentano, a detta del duo, il punto di partenza dell’album d’esordio.
Narrativamente, dicevamo, l’album riguarda la società contemporanea in maniera profetica: si va dai brani che esortano a non lasciarsi intrappolare dai meccanismi isolanti dei social media (Late To The Flight) a quelli che riguardano strettamente la produzione musicale (LUMP Is A Product recita i crediti dell’album che, ovviamente, nelle versioni digitali non possono essere riprodotti), passando per riflessioni filosofiche delle società attuali (Curse Of The Contemporary), con incluso il senso di tutta l’opera: «we salute the sun because / when the day is done / we can’t believe what we’ve become / something else to prey upon».
Nonostante l’eterogeneità e l’entropia sovrana del progetto, LUMP è un prodotto a tutti gli effetti fruibile. Late To The Flight, ad esempio, apre l’opera nel nome di riferimenti quali This Mortal Coil, Sufjan Stevens, con la voce di Marling vicina a una Björk apatica che ammicca (volontariamente?) a un «crooner in crisis», che potrebbe essere quel Father John Misty di God’s Favorite Customer. May I Be The Light, il primo brano veramente folk-tronico del disco, cita i Lali Puna e altri episodi di elettronica teutonica, con Marling che si estende sulle note alte/falsetto della sua bellissima scala armonica e Linsday che crea l’ipnosi ambient e fluida che a tratti suona un po’ afrobeat. Rolling Thunder, d’altra parte, è un viaggio spaziale fra Portishead e Joan As Police Woman, che, grazie ai suoi suoni sinistri, non sfigurerebbe nella soundtrack di qualche b-movie sci-fi in stile Blade Runner. Curse Of The Contemporary, situata al centro di tutto, è proprio il cuore pulsante del disco, non solo perché è il brano più appetible/pop, ma anche perché è forse la dichiarazione d’intenti del duo per il futuro (se un futuro ci sarà): Neil Diamond di You’ll Be A Woman Soon incontra PJ Harvey di The Hope Six Demolition Project e Kate Bush di Houds Of Love e ne esce un quasi spoken-words che mostra cenni di musica tradizionale celtica. Essenziale.
Per tirare le fila si potrebbe dire che, malgrado LUMP sia figlio di un progetto musicale ready made di Mike Linsday, bisogna dar credito al duo di aver trovato sinergia e armonia fra il pre-scritto e l’appositamente registrato. Non a caso, a fronte dei sei (!) giorni di registrazioni, ci sono voluti 11 mesi perché il disco vedesse la luce. È certamente segno di cura e dedizione artefatta nel maneggiare quello che, in un panorama di easy listening e singoli ascolti, è un disco attento sia musicalmente che per quanto riguarda le tematiche. Il caos che sembra regnare incontrastato in questi sette brani è invece il risultato metodico di rifinitura su uno degli album più interessanti dell’anno, per quanto riguarda la folk-tronica.
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