Recensioni

Non conosco Lucio Leoni ma molto probabilmente, se lo incontrassi, la prima cosa di cui finiremmo a parlare sarebbe il pozzo infinito costituito dalle enciclopedie, virtuali e non, capaci di risucchiarti completamente grazie alla potenza dell’ipertesto, del clic compulsivo, dei rimandi costanti di cui non sai nulla e vuoi sapere tutto, un meccanismo ipnotizzante che facilita ed espande la nostra curiosità. Ecco, io Lucio Leoni, che non conosco affatto e che apprezzo ascolto dopo ascolto, lo vedo così: un uomo curioso, in loop su domande e risposte. Chi decide se il nostro tempo è speso bene o male? Spostare lo sguardo, riposare il cervello. È tempo sprecato quello passato a scoprire cose nuove, a interrogarsi, a interrogare? Sto facendo troppe domande, è vero. Ma sto sprecando il mio tempo, o quello di una recensione?
(silenzio)
Quali e quante domande si è fatto Leoni per planare sulle cose con una tale efficacia, senza mai perdere poesia? Penso molte e in maniera costante, visto che il suo Dove sei pt.1, disco che vedrà una seconda primavera non prima di autunno, brilla per ironia e visionaria lucidità. Alla soglia dei quarant’anni, che qui sembrano rappresentare qualcosa di più di un semplice traguardo, Leoni purifica la tradizione cantautorale classica innalzandola a trasmissione del sapere corrosiva e politica, propria delle scelte compiute da uomini e donne, soggetti al centro delle storie narrate dal romano. Un piacere ghiandolare, acuto e mai sfocato, in cui parole e suoni viaggiano parallelamente senza togliersi il fiato, uniti nella volontà di capire il presente e affrontare il futuro. Quel domani buio di emarginazione, conflitto sociale, ambizioni e sogni politici infranti. Le vie della città sembrano diventare il luogo letterario dove la musica, la poesia e la politica si incontrano, dove personaggi duri, speciali e commoventi prendono vita.
Il canto di Lucio Leoni diventa così la voce adulta ma non per questo meno rabbiosa, di una generazione alla ricerca disperata di un senso, del proprio posto nel mondo, di ogni forma di relazione che possa salvare dal caos interiore. Con una scrittura rap sferzante che abbraccia tanto il folk cantautorale quanto le fioriture più elettroniche e non si ferma davanti ai mezzi offerti dal teatro canzone, Dove sei pt.1 ironizza sparando colpi di cannone, diverte regalando sperimentazioni poetiche; Leoni ha trovato l’approccio e il gusto, in un momento in cui la riconoscibilità passa spesso da altro. La scena madre, che potrebbe essere quella romana di Silvestri pur eludendo canonizzazioni troppo ristrette, si apre alle possibilità immaginate da Leoni, offrendo carta bianca in campo di strappi e nuove sintesi. Otto brani che si muovono liberi fra il mondo dello spoken word e delle poetry slam verso contaminazioni jazz, grazie a clarinetti, tromba ed eufonio, e in cui gli incastri ritmici di percussioni e chitarre sposano perfettamente gli equilibri pop delle tastiere, fino alle evoluzioni che pescano nel trip hop dei Novanta, nel rap old school.
Fra citazioni plurime (non manca Battiato), Leoni cura con acribia ogni suono, riuscendo ad essere viscerale ed elegante allo stesso tempo, magnetico e pulsante. Dove sei pt.1 è un disco che chiede pazienza all’ascoltatore, necessita di attenzioni, silenzio. Un silenzio che potrebbe non esistere, come sosteneva Cage, punto di partenza per il flow accusatorio e mordace che arriva senza preavviso con Il fraintendimento di John Cage e la successiva Il sorpasso, col feat. di Cuba Cabbal. Il taglio sociale e politico scelto da Leoni illumina, come avrebbe fatto il buon Frankie hi-nrg mc degli esordi, l’immensa distanza tra istituzioni e stato dell’arte, alla ricerca di una risposta che principalmente non esiste perché nessuno ha mai fatto la domanda. Se San Gennaro è un viaggio folk pop, totalmente on the road in compagnia del martire – brano capace di alleggerire così il mistero della fede rendendolo pane quotidiano – Dedica, con Francesco Di Bella, si fa manifesto del cosa siamo diventati, fra riti di passaggio e cambiamenti calendarizzati. Le opportunità che nascono dalla crisi, come giustamente Leoni ricorda citando i Bluvertigo.
Treno, boutade a metà fra la fantasia poetica di Rodari e l’onirismo da fanfara di un film di Gondry, rende sì omaggio al potere delle fiabe (e a Novalis) ma qui il romano dimostra di saper gestire magistralmente anche le storie piccole, intime, private come quelle che riguardano solo un noi in fuga; la delicatezza di un brano come Le mongolfiere rifletta una sensibilità capace di rischiarare la complessità, la varietà e la ricchezza umana presente in ogni singolo angolo di mondo. E poi c’è il rap muscolare e pieno di L’atomizzazione che pare mettere in musica quello scritto epico di Krukowski, Ascoltare il rumore, analisi chirurgica del passaggio da analogico a digitale. E di tutto quello che con esso abbiamo perso, da un passaggio storico all’altro, (forse) ancora immuni alla lezione della memoria. Il finale, affidato alla grazia di Mi dai dei soldi, pulsante collaborazione con Andrea Cosentino, dona vita alle domande – troppo giuste e troppo scomode ai più – che si è posto il drammaturgo, attore e autore del testo in un mantra ossessivo in bilico tra domanda e offerta, tra economia balorda e idee che da sole non contano niente, così come non conta niente il “prodotto” finito. Il percorso, la logica interna, il procedimento, quelli sono il fondamento di tutto. E Lucio Leoni l’ha capito perfettamente. Dal timore non nasce cosa.
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